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title: "Il Raboso svela la sua vera essenza a Rosso Autoctono grazie ad Alberto Toffanello"
description: "Vino ruvido o capolavoro eterno? 🍷 Basta coi calici ruffiani 🛑 Il Raboso, nato nel fango e salvato dalla bellussera, tagliava la lingua ai contadini 🩸 Oggi Alberto Toffanello svela a Rosso Autoctono un miracolo di longevità 🌿 Salva il post se ami le uve ribelli 📌 Leggi la masterclass al link in bio 📲 Sfidi l'acidità? 👇 🇬🇧 Rough wine or eternal masterpiece? 🍷 Stop with boring glasses 🛑 Raboso, born in mud, used to cut farmers' tongues 🩸 Today Alberto Toffanello reveals at Rosso Autoctono a miracle of longevity 🌿 Save the post if you love untamed grapes 📌 Read the tasting at the link in bio 📲 Dare to challenge acidity? 👇 #Raboso #RossoAutoctono #VinoVeneto #Sommelier #WineTok"
url: "https://unmomentodivino.it/2026/10/20/il-raboso-svela-la-sua-vera-essenza-a-rosso-autoctono-grazie-ad-alberto-toffanello/"
date_published: "2026-10-20T13:00:00+00:00"
date_modified: "2026-10-19T12:13:06+00:00"
author: "Un Momento Divino"
categories: ["Degustazioni", "VINO"]
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# Il Raboso svela la sua vera essenza a Rosso Autoctono grazie ad Alberto Toffanello

🇬🇧 English text at the bottom 🇬🇧
Un vino ruvido e scorbutico è inevitabilmente destinato a rimanere un prodotto marginale, oppure l’acidità e la trama tannica rappresentano il vero segreto per sfidare il tempo? La risposta a questa provocazione risiede nella storia di un vitigno che per generazioni è stato considerato estremo e difficile da domare, nato in un territorio in cui la viticoltura era un tempo legata alla mera sussistenza agricola e alla necessità di affrontare i rigori invernali. Nelle campagne venete, la coltivazione di uve capaci di giungere a maturazione solo nel mese di novembre inoltrato richiedeva estrema pazienza, poiché le basse temperature ostacolavano la fermentazione malolattica, lasciando nel calice un liquido denso e aspro fino all’arrivo della primavera.
Le radici agronomiche di questa varietà affondano nel declino della Repubblica Serenissima, che tra il 1300 e il 1600 orientò i propri interessi commerciali verso l’entroterra, dando impulso a una viticoltura razionale lungo il corso del fiume Piave. Il vero spartiacque tecnico arrivò tuttavia alla fine del 1800 grazie all’ingegno dei fratelli Bellussi, che introdussero l’utilizzo del filo di ferro per sollevare i tralci dal suolo umido e argilloso, creando il celebre sistema di allevamento a raggiera noto proprio come bellussera. Questa architettura rurale permise di proteggere i grappoli dalle malattie e di ottimizzare lo sfruttamento del suolo, garantendo ai mezzadri la possibilità di coltivare ortaggi e foraggio sotto le viti. Nel corso del 1900 le pratiche enologiche si sono progressivamente evolute, culminando negli anni 90 con l’introduzione della tecnica dell’appassimento, un metodo studiato appositamente per concentrare gli zuccheri e ammorbidire le naturali spigolosità del vitigno. Questa felice intuizione ha tracciato il percorso che nel 2010 ha condotto al riconoscimento formale della denominazione Malanotte del Piave DOCG, la cui produzione impone l’impiego di una percentuale di uve sottoposte ad appassimento.
Le enormi potenzialità di questa metamorfosi sono state analizzate in modo inequivocabile durante Rosso Autoctono, l’evento organizzato da AIS Veneto per valorizzare il patrimonio viticolo regionale. In questa autorevole cornice, il sommelier Alberto Toffanello ha condotto un’approfondita degustazione alla cieca di 6 diverse interpretazioni, evidenziando le mille sfaccettature di questa uva. L’analisi si è aperta sui suoli pesanti di Campo di Pietra con l’annata 2021 di Cantina Sandre, un Raboso Piave DOC in purezza le cui uve, dopo la diraspatura e la pigiatura, affrontano 30 giorni in acciaio con delestage quotidiani per poi svolgere la fermentazione malolattica nella primavera successiva, maturando infine 24 mesi in rovere francese e di Slavonia e 11 mesi in bottiglia. A seguire, il millesimo 2020 del Castello di Roncade, nato nell’omonimo comune trevigiano, ha mostrato maggiore ampiezza grazie a una vinificazione tradizionale con follatura del cappello e a un lungo riposo di 36 mesi in botti di rovere da 18 ettolitri. L’apice della freschezza è stato toccato dalla vendemmia 2019 di Villa Valonte, prodotta a Vallonto di Fontanelle da uve leggermente surmature pressate in modo soffice, la cui macerazione di 20 giorni in acciaio precede un affinamento in legno di circa 30 mesi. Il passaggio alla tipologia Malanotte del Piave DOCG ha elevato ulteriormente la densità del calice, a partire dall’annata 2013 Unno della cantina Antonio Facchin, proveniente da San Polo di Piave; questo vino di straordinaria longevità prevede un 30 per 100 di uve sottoposte ad appassimento naturale sui graticci e pigiate a fine gennaio, per poi affinare 24 mesi in acciaio e 36 mesi in botte grande, composta per l’80 per 100 da rovere di Allier e per il 20 per 100 da rovere di Slavonia. Altrettanto complessa è la visione dell’annata 2020 di De Stefani a Fossalta di Piave, che abbina l’appassimento di una parte delle uve a una vinificazione in cemento a temperatura controllata e a un affinamento stratificato di 48 mesi, suddivisi equamente tra barrique francesi, barrique di Slavonia, anfore di terracotta e bottiglia. La rassegna tecnica è terminata con l’assaggio del millesimo 2021 di Bonotto Delle Tezze, nato a Tezze di Piave da vinificazioni separate in acciaio per le uve fresche e appassite, che si fondono in un liquido trasferito in legno nell’estate successiva per un riposo di almeno 24 mesi prima dell’uscita in commercio.
Questa esplorazione polverizza i pregiudizi che per decenni hanno relegato il Raboso a un ruolo minore, dimostrando come un’acidità sferzante e un tannino deciso non siano difetti da correggere, ma preziosi motori biologici capaci di garantire una longevità prodigiosa. Il vitigno abbandona la sua antica veste rustica per imporsi come un interprete austero ed elegante del Veneto, svelando l’identità autentica di un territorio che trasforma la resistenza al tempo in una forma d’arte assoluta.

🇬🇧 English version 🇬🇧

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Is a rough and grumpy wine inevitably destined to remain a marginal product, or do acidity and tannic texture represent the true secret to challenging time? The answer to this provocation lies in the history of a vine that for generations was considered extreme and difficult to tame, born in a territory where viticulture was once linked to mere agricultural subsistence and the need to face the rigors of winter. In the Venetian countryside, the cultivation of grapes capable of reaching maturity only in late November required extreme patience, as low temperatures hindered malolactic fermentation, leaving a dense and sour liquid in the glass until the arrival of spring.
The agronomic roots of this variety lie in the decline of the Serenissima Republic, which between 1300 and 1600 oriented its commercial interests towards the hinterland, boosting rational viticulture along the course of the Piave river. The true technical watershed, however, arrived at the end of 1800 thanks to the ingenuity of the Bellussi brothers, who introduced the use of iron wire to lift the shoots from the damp and clayey soil, creating the famous radial training system known precisely as bellussera. This rural architecture allowed the bunches to be protected from disease and optimized land use, guaranteeing sharecroppers the possibility of growing vegetables and fodder under the vines. During 1900, enological practices progressively evolved, culminating in the 90s with the introduction of the drying technique, a method specifically designed to concentrate sugars and soften the natural sharp edges of the vine. This happy intuition traced the path that in 2010 led to the formal recognition of the Malanotte del Piave DOCG denomination, whose production requires the use of a percentage of dried grapes.
The enormous potential of this metamorphosis was unequivocally analyzed during Rosso Autoctono, the event organized by AIS Veneto to enhance the regional viticultural heritage. In this authoritative setting, sommelier Alberto Toffanello led an in-depth blind tasting of 6 different interpretations, highlighting the thousand facets of this grape. The analysis opened on the heavy soils of Campo di Pietra with the 2021 vintage of Cantina Sandre, a pure Raboso Piave DOC whose grapes, after destemming and crushing, face 30 days in steel with daily delestage before undergoing malolactic fermentation in the following spring, finally maturing for 24 months in French and Slavonian oak and 11 months in the bottle. Following, the 2020 vintage of Castello di Roncade, born in the homonymous Treviso municipality, showed greater breadth thanks to a traditional vinification with cap punching and a long rest of 36 months in 18 hectoliter oak barrels. The pinnacle of freshness was reached by the 2019 harvest of Villa Valonte, produced in Vallonto di Fontanelle from slightly overripe grapes softly pressed, whose 20-day maceration in steel precedes aging in wood for about 30 months. The transition to the Malanotte del Piave DOCG typology further elevated the density of the glass, starting from the 2013 vintage Unno from the Antonio Facchin winery, coming from San Polo di Piave; this wine of extraordinary longevity involves a 30 per 100 of grapes subjected to natural drying on racks and crushed at the end of January, to then age 24 months in steel and 36 months in large barrels, composed for 80 per 100 of Allier oak and 20 per 100 of Slavonian oak. Equally complex is the vision of the 2020 vintage of De Stefani in Fossalta di Piave, which combines the drying of a part of the grapes with vinification in concrete at a controlled temperature and a stratified aging of 48 months, divided equally between French barriques, Slavonian barriques, terracotta amphorae and bottle. The technical review ended with the tasting of the 2021 vintage of Bonotto Delle Tezze, born in Tezze di Piave from separate vinifications in steel for fresh and dried grapes, which merge into a liquid transferred into wood in the following summer for a rest of at least 24 months before release on the market.
This exploration pulverizes the prejudices that for decades relegated Raboso to a minor role, proving how a lashing acidity and a decisive tannin are not flaws to be corrected, but precious biological engines capable of guaranteeing a prodigious longevity. The vine abandons its ancient rustic guise to establish itself as an austere and elegant interpreter of the Veneto, revealing the authentic identity of a territory that transforms resistance to time into an absolute art form.

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