Il Vesuvio è un paradosso geologico che si fa vino. La sua minaccia silenziosa nutre una fertilità senza eguali. Venerdì 5 dicembre 2025, alle 20:30, abbiamo indagato questo mistero attraverso i vini del Vesuvio. Il seminario di approfondimento, organizzato da AIS Padova, ha esplorato il terroir, la storia e le tradizioni del vulcano. Il percorso degustativo ha coinvolto dodici vini e sei aziende. I versanti opposti hanno dialogato nel calice, svelando sfumature diverse della stessa matrice lavica. L’obiettivo era comprendere la forza e la ricchezza dell’areale vesuviano. Questa terra dona vini dotati di carattere, sempre intensi ed autentici. Ecco il racconto liquido di una serata condotta da Ernesto Lamatta, delegato AIS Vesuvio, attraverso 12 calici che mappano tre micro-aree del vulcano.

La natura non è un fondale statico, ma un attore protagonista che respira, urla e talvolta distrugge per ricreare. Esistono circa 1.500 vulcani attivi nel mondo a ricordarci che la Terra è un pianeta vivo, un organismo pulsante. Il Fuji, montagna sacra a 100 km da Tokyo, dorme oggi in una quiete apparente, attiva solo nelle sue solfatare, dopo aver scosso il Giappone con implosioni titaniche. L’Hekla in Islanda, ancora in formazione, è una bocca irrequieta che erutta ogni decade rilasciando fumi pericolosi, mentre il Pacaya in Guatemala, figlio della Cintura di Fuoco, scandisce il tempo con un’attività stromboliana puntuale come un orologio, eruttando ogni dieci minuti e disegnando una morfologia unica. E poi c’è l’Etna, “a Muntagna“, signora effusiva della Sicilia. Ma è qui, nel cuore della Campania Felix, che il rapporto tra uomo e magma trova la sua sintesi più complessa: il Vesuvio.
Il sistema vulcanico Somma-Vesuvio è un abbraccio geologico: il Vesuvio nasce all’interno del Monte Somma, un vulcano più antico (circa 39.000 anni) la cui caldera collassata ospita oggi il cono più giovane. La storia di questo areale è scritta nelle rocce e nel sangue. Dal 1631 al 1944, il condotto è rimasto “a bocca aperta”, respirando fumo e fuoco, fino all’eruzione del 1944 – prevalentemente effusiva – che ne ha sigillato il cratere e modificato il profilo. Se il Somma si distingue per la sua “Punta Nasone” e per i depositi più antichi, il Vesuvio è la terra della fertilità violenta. Qui la lava si fa pietra in due modi: le rocce effusive, come le ossidiane, nate da un magma raffreddato velocemente all’esterno; e le rocce olocristalline, dove il raffreddamento lento permette ai cristalli di formarsi. A queste si aggiungono i materiali piroclastici, le tefra, sparate nel cielo e ricadute come una pioggia che diviene tufo nel corso dei millenni.
La viticoltura qui è un atto di resistenza e simbiosi. L’area vesuviana, estesa per 108 kmq e costellata da 18 comuni (con Trecase, Boscotrecase e Terzigno a fare da custodi meridionali), offre condizioni pedoclimatiche irripetibili. Il Golfo di Napoli funge da volano termico: le correnti d’aria risalgono da Ischia verso nord, garantendo un’aerazione costante che spazza via l’umidità e deposita sale sulle bucce. L’escursione termica è drammatica, vitale per l’acidità e l’aromaticità delle uve, coltivate da 50 fino a 700 metri sul livello del mare. Ma il vero miracolo è sotto i piedi. I suoli sabbiosi e vulcanici sono inospitali per la fillossera, permettendo alle viti di crescere a piede franco. Sono piante originali, non innestate, spesso centenarie, veri monumenti vegetali che affondano le radici direttamente nella storia.
I vitigni sono i figli di questa terra nera. Tra i rossi domina il Piedirosso (detto Per’ e palummo), affiancato dall’Aglianico, che ha storicamente sostituito varietà antiche come la Cascavella (o Casavecchia locale). Non mancano lo Sciascinoso e l’Olivella, simili nell’aspetto ma diversi per vocazione territoriale, la Guarnaccia e le Tintorie. Curiosa la presenza di un clone di Primitivo, importato da Gioia del Colle. Tra i bianchi, il re è il Caprettone: buccia spessa, vendemmia tardiva, spesso confuso in passato con la Coda di Volpe ma geneticamente distinto. Troviamo la Catalanesca, uva di origine ispanica introdotta dagli Aragonesi, la Falanghina (figlia enologica del Vesuvio), il Greco e il Fiano.
La denominazione principale è la Vesuvio DOP, che può fregiarsi della menzione Lacryma Christi solo con volumi alcolici superiori e uvaggi specifici (minimo 35% di Caprettone/Coda di Volpe per i bianchi, Piedirosso/Sciascinoso per i rossi), sebbene oggi molti produttori puntino alla purezza varietale. Le vinificazioni sono spesso micro, sartoriali. L’acciaio domina per preservare il frutto, ma il cemento, l’anfora e legni grandi (botti da 20 a 50 ettolitri) stanno ridefinendo lo stile, dimostrando che il Caprettone, un tempo ritenuto privo di acidità, può sfidare il tempo, persino nella spumantizzazione.
Ecco i vini che ci sono stati raccontati da Ernesto Lamatta, delegato AIS Vesuvio, durante la serata.
1. Pietrafumante Vesuvio Spumante 2022 – AZIENDA CASA SETARO (Trecase) – BRUT

Nasce nelle zone di Bosco del Monaco e Tirone della Guardia a 300 metri s.l.m., su terreno vulcanico sabbioso. È un Metodo Classico millesimato da uve Caprettone in purezza, allevate a spalliera guyot a piede franco, con una gradazione alcolica del 12,5%. È la dimostrazione che il metodo è tutto. Un tempo considerato inadatto alla spumantizzazione, qui il vitigno riposa almeno 30 mesi in bottiglia. Il colore è un giallo paglierino tipico. Il perlage si presenta fine e ben integrato. L’ingresso è segnato da un’acidità potente, accompagnata da note di fiore giallo e un forte richiamo mediterraneo e salmastro. La bocca è estremamente fresca, con una salivazione che si espande dal centro ai lati della lingua. La sapidità è il vettore che trasporta il sapore fino in gola, regalando una sensazione quasi materica, masticabile. Una bocca tersa che invita compulsivamente alla beva.
2. Summa Catalanesca del Monte Somma 2023 – CANTINE OLIVELLA (S. Anastasia)

Ci troviamo a Sant’Anastasia, a 650 metri di altitudine, su terreni vulcanici sabbiosi. Questo vino (12,5% vol.) è ottenuto da Catalanesca in purezza allevata a piede franco con sistema guyot. Considerata uva da tavola fino a tempi recenti, rivela qui la sua nobiltà enologica grazie a un affinamento complesso: 10 mesi in acciaio, 10 mesi in terracotta e almeno 2 mesi in bottiglia. Il vino è consistente, brillante alla vista. Il naso offre profumi erbacei e di fiori gialli. Al palato è fresco e sapido; la freschezza è “stretta”, verticale, ma sempre accompagnata da una sapidità che allunga il sorso. Un vino molto persistente.
3. Lacrimabianco Vesuvio Lacryma Christi Bianco 2024 – CANTINE OLIVELLA (S. Anastasia)

Proviene dalla stessa zona di Sant’Anastasia, ma da vigne situate tra i 450 e i 650 metri. È un blend composto per l’80% da Caprettone e per il 20% da Catalanesca. Vinificato interamente in acciaio, affina 4 mesi in vasca e 6 mesi in bottiglia, raggiungendo i 13 gradi alcolici. Visivamente mostra archetti meno consistenti rispetto al precedente, ma mantiene luce e morbidezza. Al naso ritornano il fiore giallo e le erbette mediterranee tipiche del Caprettone, arricchite da una nota di pesca nettarina gialla lucida. Il profumo è meno intenso ma più penetrante. L’entrata in bocca è leggermente amaricante, caratteristica che richiama la beva, mentre la Catalanesca attenua la “lama” acida del Caprettone, donando equilibrio.
4. Vesuvio Lacryma Christi Bianco Superiore 2024 – CANTINA DEL VESUVIO (Trecase)

Coltivato a Trecase a 300 metri s.l.m., questo Caprettone in purezza (13% vol.) nasce da un sistema di allevamento a spalliera guyot su suolo sabbioso. L’affinamento prevede almeno 6 mesi in acciaio e 6 mesi in bottiglia. Giallo paglierino con tendenza verdolina. Al naso emerge un profumo netto di talco che, con l’evoluzione, promette di virare verso l’idrocarburo; sono profumi esili ma di grande definizione. La bocca sorprende per l’ottima morbidezza, sostenuta da una sapidità che accompagna la freschezza per tutta la durata del sorso.
5. Vigna Lapillo Vesuvio Lacryma Christi Bianco Superiore 2023 – AZIENDA SORRENTINO (Boscotrecase)

Le vigne si trovano a Boscotrecase a 500 metri s.l.m.. Si tratta di un blend complesso: 80% Caprettone, 10% Greco e 10% Falanghina, allevati a doppio guyot. Con un grado alcolico del 12,5%, il vino matura per 10 mesi in acciaio e 12 mesi in bottiglia. La consistenza è maggiore, pur permanendo la brillantezza. Il naso è complesso, più balsamico, con un tratto distintamente empireumatico: pietra focaia, polvere da sparo, firma inequivocabile del suolo vulcanico. L’entrata è leggermente amaricante, ma il vino è molto fresco e la sapidità apre moltissimo il palato nel finale.
6. Pompeii Pompeiano Bianco 2023 – AZIENDA BOSCO DE’ MEDICI (Pompei)

Prodotto nella zona di Terzigno, vigneto “la Rotonda” (230-250 m s.l.m.) con esposizione Sud/Sud-Est. È un Caprettone in purezza al 13% di alcol, da vigne a spalliera a piede franco. La vinificazione è peculiare: pressatura diretta di uve intere, con il 30% della massa che fermenta e macera in anfora, mentre il 70% resta in acciaio; l’affinamento complessivo dura 6 mesi. La massa nel calice è importante, ma brillante. I profumi segnano un cambio di passo: meno frutto e più fiore, con una transizione dal salmastro al “chimico”, inteso come mineralità ferrosa data dalla presenza di terra nel suolo. In bocca offre buona freschezza, sapidità e un corpo enorme. È un vino che gioca sulla profondità.
7. Vigna del Vulcano Vesuvio Lacryma Christi Bianco 2022 – AZIENDA VILLA DORA (Terzigno)

Un cru storico da Terzigno (250 m s.l.m.), allevato con la tradizionale pergola vesuviana. È un assemblaggio di Caprettone (80%) e Falanghina (20%) che raggiunge i 13,5% vol.. Riposa a lungo in cantina: almeno 18 mesi in acciaio e 6 in bottiglia. Il profilo olfattivo è ricco: maggiorana, menta ed erbe penetranti che quasi pizzicano il naso. Il finale olfattivo è un talco che vira verso una mineralità secca. Al palato, acidità e sapidità si neutralizzano a vicenda in un equilibrio perfetto, lasciando un finale vagamente gessoso.
8. Vesuvio Lacryma Christi Rosato 2024 – CANTINA DEL VESUVIO (Trecase)

Nasce a Trecase, a 300 metri di quota. Piedirosso in purezza vinificato in acciaio, allevato a spalliera guyot, con affinamento di almeno 6 mesi in vasca e 2 mesi in bottiglia (13% vol.). Il colore è ramato tendente al salmone. Al naso emergono note di geranio e fiori gialli abbastanza acerbi. È un vino “orizzontale”: i profumi sono molto floreali, mentre in bocca la freschezza si concentra al centro del palato, con la sapidità che arriva solo in un secondo momento. Un sorso tendenzialmente piatto ma corretto.
9. Lavarubra Vesuvio Lacryma Christi Rosso 2024 – AZIENDA BOSCO DE’ MEDICI (Pompei)

Le uve provengono dalle zone di Boscoreale, Terzigno e Pompei (230 m s.l.m.). È un blend di Piedirosso (85%) e Aglianico (15%), allevati sia a pergola vesuviana che a spalliera. Affina almeno 6 mesi in acciaio e 3 in bottiglia (13% vol.). Si presenta rosso intenso. Al naso offre piccoli frutti rossi, arancia rossa e un caratteristico odore di “ruggine bagnata”, tipico dei suoli ferrosi locali. Al sorso è fresco, moderatamente caldo e morbido. Il tannino è poco invasivo, lasciando spazio alla sapidità.
10. Vesuvio Lacryma Christi Rosso 2023 – AZIENDA VILLA DORA (Terzigno)

Da vigne a pergola vesuviana situate a Terzigno (250 m s.l.m.). L’uvaggio comprende Piedirosso e Aglianico (12,5% vol.). La gestione dell’affinamento è differenziata: il Piedirosso fa solo acciaio (6 mesi), mentre l’Aglianico matura almeno 10 mesi in barrique di secondo passaggio, seguiti da 6 mesi in bottiglia per l’assemblaggio finale. L’entrata in bocca è segnata da una meravigliosa acidità, subito compensata da tannino e sapidità che conferiscono un buon corpo. Il calore alcolico cresce progressivamente durante la degustazione.
11. Don Vincenzo Vesuvio Lacryma Christi Rosso Riserva 2021 – AZIENDA CASA SETARO (Trecase)

Un omaggio al padre di Massimo Setaro. Viene prodotto nella zona di Bosco del Monaco e Tirone della Guardia a 350 m s.l.m.. Composto da Piedirosso (70%) e Aglianico (30%) allevati a pergola vesuviana, questo vino (14% vol.) affina per 24 mesi in legno e almeno 6 in bottiglia. Il naso ha una grande penetrazione: geranio secco, sentori tendenti al balsamico, legno nobile, cuoio, carruba e cacao. In bocca è fresco e moderatamente tannico, un vino di grande eleganza e potenziale evolutivo.
12. Vigna Lapillo Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore 2020 – AZIENDA SORRENTINO (Boscotrecase)

Dalla zona di Boscotrecase (500 m s.l.m.). Composto da 80% Piedirosso e 20% Aglianico coltivati a doppio guyot, raggiunge i 13 gradi alcolici. Matura 12 mesi in legno e 12 mesi in bottiglia. Il profilo olfattivo è affascinante: il floreale sconfina nell’erbaceo fine. La freschezza è pervasiva, il sorso è secco, caldo e morbido. La sapidità è netta e il tannino è presente, fungendo da bilanciere perfetto per la freschezza vibrante.
Il Vesuvio non è solo una cartolina da Napoli, ma un terroir di contrasti violenti e armonie inaspettate. Trecase, con la sua alternanza di strati piroclastici, ossidiana e tufo, garantisce un drenaggio e un passaggio di ossigeno che nutre la microflora sotterranea. La viticoltura qui non combatte il vulcano, lo asseconda. Dalla mineralità “chimica” di Pompei alla verticalità balsamica del Monte Somma, ogni calice è un frammento di storia geologica. Bere questi vini significa assaporare la resilienza di chi coltiva sulla bocca del gigante, trasformando la minaccia della distruzione in liquida bellezza.



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