La memoria del bevitore contemporaneo è spesso corta e selettiva, tende a cancellare le annate difficili per rifugiarsi nella sicurezza climatica delle vendemmie solari, ma è proprio nella tempesta che si misura la grandezza di un interprete. Il 2014 è stato scolpito negli annali della viticoltura italiana come l’anno della pioggia incessante, un millesimo freddo e impietoso che ha costretto molti produttori alla resa o alla standardizzazione tecnologica per salvare il salvabile. Eppure, in un angolo silenzioso e quasi monastico di Rolle, frazione incantata di Cison di Valmarino, qualcuno ha deciso di non combattere la natura ma di assecondarne la severità, trasformando quell’acqua e quel freddo in una lama di eleganza tagliente. Il Nino della tenuta Duca di Dolle non è un semplice vino frizzante, è un documento storico liquido che testimonia come la sofferenza della vigna possa tradursi in una complessità vibrante se gestita con rispetto e senza trucchi enologici. Questa bottiglia rappresenta il rifiuto dell’omologazione, un tributo alla tradizione del “vin col fondo” che qui si spoglia di ogni rusticità per indossare l’abito della nobiltà contadina.

Il teatro di questa rappresentazione è il vigneto “Molinetto”, un appezzamento dove le radici affondano in un mosaico geologico di rocce calcaree e depositi alluvionali, capaci di drenare l’acqua in eccesso di quell’annata piovosa e di conferire una sapidità minerale netta. La scelta agronomica visibile nella scheda tecnica è un inno alla biodiversità storica delle colline di Conegliano Valdobbiadene: non solo Glera all’85%, ma un saldo prezioso di Verdiso al 10% e Perera al 5%. Questi vitigni ancillari, spesso espiantati in favore della monocultura produttiva, svolgono qui un ruolo cruciale: il Verdiso apporta quella spina acida e quella nota erbacea e speziata fondamentale per l’equilibrio, mentre la Perera regala finezza aromatica e un tocco di polpa. Allevate a doppio capovolto, sistema che richiede manualità esperta, queste piante hanno prodotto un mosto che è diventato vino attraverso la rifermentazione in bottiglia senza sboccatura, metodo ancestrale che lascia i lieviti a contatto con il liquido per anni, proteggendolo dall’ossidazione e arricchendolo di sfumature evolutive.
L’analisi dei parametri analitici svela l’anima intransigente di questo millesimo 2014. La gradazione alcolica contenuta all’11% ci parla di un’estate fresca e di una maturazione lenta, lontana dagli eccessi calorici del riscaldamento globale, mentre il dato più scioccante è quel Residuo Zuccherino pari a zero grammi per litro. Siamo di fronte a un brut nature radicale, un vino nudo che non ha la dolcezza per nascondere eventuali difetti e che deve giocarsi tutto sulla tensione verticale. L’acidità totale di 5 grammi per litro, apparentemente nella media, viene percepita al palato con una forza amplificata proprio dalla totale assenza di zuccheri, creando una beva elettrica e dissetante. Nel calice, questo Nino si presenta con la velatura tipica dei vini non filtrati, ma superato l’impatto visivo, il naso viene investito da sentori di crosta di pane, agrumi amari, mela cotogna e una nota di sottobosco umido figlia di quell’annata piovosa, che vira verso una mineralità quasi gessosa.
In conclusione, questa bottiglia è molto più di un prosecco col fondo: è un atto di resistenza. Il nome stesso, Nino, evoca una familiarità e una discendenza umana che trascende il marchio aziendale per farsi storia di famiglia. Bere un 2014 oggi significa accettare la sfida del tempo e scoprire che i vini cosiddetti “minori” o “quotidiani”, se fatti con questa integrità, possono invecchiare con una grazia inaspettata, sviluppando terziari che ricordano certi spumanti d’Oltralpe. Duca di Dolle ci dimostra che la perfezione non è l’assenza di difetti o la conformità a un modello climatico ideale, ma la capacità di imbottigliare la verità di un anno, anche quando quell’anno è stato difficile. Il Nino non cerca di piacervi con la dolcezza, cerca di convincervi con la verità, e in un mondo di vini costruiti a tavolino, questa onestà è l’unica vera forma di lusso rimasta.


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