Nel panorama enologico di Valdobbiadene, dove spesso la forma prevale sulla sostanza e l’estetica dell’etichetta nasconde vuoti pneumatici di contenuto, la cantina Adami rappresenta da sempre l’ultimo baluardo del rigore calvinista applicato alla viticoltura. Se esistesse un tribunale della purezza enoica, la famiglia Adami siederebbe sullo scranno più alto, famosa nel mondo per vini di una pulizia stilistica quasi chirurgica, cristallini e definiti come lame di rasoio. Per questo motivo, trovarsi di fronte al loro Col Fondo Brut Nature è un’esperienza che spiazza e costringe a ripensare i propri pregiudizi: non siamo di fronte al solito tentativo ruffiano di cavalcare l’onda del vino “naturale” o “ancestrale” che va tanto di moda nei bistrot metropolitani, ma assistiamo a un’operazione culturale ben più raffinata. Questo vino rappresenta la quadratura del cerchio, il punto esatto in cui la precisione tecnica assoluta di una maison storica decide di confrontarsi con il caos controllato della rifermentazione in bottiglia, non per rinnegare la propria identità, ma per dimostrare che anche il torbido può essere elegante se governato da mani sapienti.

Il teatro di questa sfida agronomica è il comune di Vidor, un anfiteatro naturale che funge da cerniera tra la pianura e le prealpi, dove le vigne sono aggrappate a pendii che variano tra i 200 e i 250 metri sul livello del mare. La scheda tecnica visibile in etichetta ci fornisce una chiave di lettura fondamentale, riassunta in due parole che valgono più di un trattato di pedologia: “suolo magro”. In viticoltura di qualità, la magrezza è la virtù suprema. Un terreno povero, composto da un mosaico geologico complesso di calcare, argille e arenarie, non regala nulla alla pianta. La vite, costretta a lottare per ogni nutriente, limita naturalmente la sua vigoria vegetativa e concentra tutte le sue energie nel grappolo, producendo acini piccoli, dalla buccia spessa e ricchi di precursori aromatici. I sistemi di allevamento citati, il “doppio capovolto” e la storica “cappuccina”, sono la testimonianza di una viticoltura sartoriale, pensata per gestire l’esposizione fogliare e proteggere i grappoli dalle insolazioni violente, una necessità vitale in un’epoca di cambiamento climatico.
E proprio il clima è il secondo protagonista di questa narrazione. L’annata 2022 sarà ricordata come una delle più calde e siccitose del decennio, un millesimo che ha messo a dura prova la tenuta psicofisica dei viticoltori. In un contesto dove il rischio di ottenere vini cotti, pesanti e alcolici era altissimo, il dato riportato sulla bottiglia ha del miracoloso: 11,5% di volume alcolico. Questo numero non è casuale, ma è il frutto di una vendemmia chirurgica, anticipata per catturare l’acidità prima che precipitasse, e di una gestione della vigna che ha saputo mantenere la freschezza linfatica delle piante anche sotto il solleone. Aver prodotto un Brut Nature, ovvero un vino totalmente privo di zuccheri residui, in un’annata del genere è una dichiarazione di forza impressionante: significa che la materia prima era talmente sana e perfettamente matura da non aver bisogno di alcun “make-up” correttivo o di dosaggi zuccherini per mascherare amarezze o squilibri.
Nel calice, il Col Fondo di Adami si presenta come un manifesto della tipologia “Sui Lieviti”. Non aspettatevi la limpidezza rassicurante degli spumanti filtrati: qui il vino porta con sé la sua storia biologica. I lieviti esausti, rimasti in bottiglia dopo aver consumato ogni traccia di zucchero, formano un sedimento nobile che agisce come un custode del tempo, rilasciando mannoproteine che donano al sorso una consistenza tattile, quasi carnosa. Al naso, la Glera in purezza (100%) si spoglia delle banalità fruttate per virare verso note più severe e affascinanti: crosta di pane di segale, scorza di cedro, pietra focaia e un ricordo di erbe officinali essiccate. In bocca la bollicina è cremosa, integrata, mai aggressiva, e lascia spazio a una sapidità calcarea che richiama le arenarie del sottosuolo, chiudendo con un finale asciutto, pulito e dissetante che è l’antidoto perfetto alla stucchevolezza di certi prosecchi commerciali.
In conclusione, questo 2022 ci insegna che la tradizione non è l’adorazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Adami non ha fatto un passo indietro verso il passato, ma un passo laterale verso una complessità diversa. Ha preso il metodo rurale dei nonni e lo ha elevato a scienza esatta, dimostrando che non esiste contraddizione tra tecnica e natura. Bere questo vino significa accettare che la perfezione non è assenza di difetti, ma pienezza di carattere. È un vino che non chiede di essere capito, ma pretende di essere ascoltato, raccontando la storia di un’annata torrida vinta grazie all’intelligenza dell’uomo e alla “magrezza” salvifica della terra.


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