
Il Poggio Ridente Albarossa, prodotto dall’Azienda Agricola Biologica Cecilia Zucca situata a Cocconato d’Asti, rappresenta la dimostrazione liquida e tangibile di come la natura possieda la straordinaria capacità di correggere gli errori umani, trasformando uno sbaglio scientifico in un capolavoro enologico inaspettato. Questo vino è spesso definito una chimera piemontese, una creatura mitologica nata da un errore geniale che ha riscritto una piccola ma significativa parte della storia viticola regionale. Per comprendere appieno la portata di questa etichetta, è necessario fare un salto indietro nel tempo fino al millenovecentotrentotto, un’epoca in cui la viticoltura italiana cercava nuove vie attraverso la genetica e la sperimentazione. Il professor Giovanni Dalmasso, illustre ricercatore presso l’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano Veneto, si pose un obiettivo ambizioso: creare un super-vino piemontese che potesse coniugare in un unico grappolo l’eleganza aromatica e la nobiltà del nebbiolo con la potenza, il colore e la generosità produttiva della barbera. Dalmasso eseguì l’incrocio in laboratorio, catalogandolo con la sigla tecnica XV/31, convinto di aver unito i due principi sovrani delle colline di Langa e Monferrato. Per decenni, questa nuova varietà, battezzata poi albarossa per il suo colore profondo e vibrante, rimase una curiosità accademica confinata nei campi sperimentali, studiata da pochi e vinificata quasi da nessuno, considerata un esperimento interessante ma privo di un vero sbocco commerciale.
Tuttavia, la scienza moderna, con l’avvento dell’ampelografia molecolare e delle analisi del DNA condotte negli ultimi vent’anni, ha svelato un retroscena tragicomico che rende questo vino ancora più affascinante. Si è scoperto che il professor Dalmasso commise un errore fondamentale di identificazione dei genitori: la madre genetica era effettivamente la barbera, ma il padre non era il nobile nebbiolo da Barolo (nelle sottovarietà lampia o michet), bensì il nebbiolo di Dronero, conosciuto scientificamente come chatus. Lo chatus è un antico vitigno alpino, rustico e resistente, tipico delle valli cuneesi e quasi dimenticato, capace di donare vini dal colore impenetrabile e dalla struttura tannica vigorosa, ma ben diverso dall’aristocratico nebbiolo delle Langhe. L’albarossa è quindi tecnicamente figlia di un errore, un incrocio illegittimo tra la barbera collinare e il montanaro chatus, ma il risultato agronomico ed enologico è stato superiore alle aspettative teoriche iniziali. La natura ha preso il meglio da entrambi i genitori imprevisti: dalla barbera l’albarossa ha ereditato la freschezza acida e il frutto rosso succoso, mentre dallo chatus ha preso una ricchezza di polifenoli e antociani che le conferiscono un colore e una struttura che la barbera da sola raramente raggiunge.
Il vino proposto da Cecilia Zucca proviene da un vigneto specifico e carico di significato storico, denominato Del Marusè. Questo appezzamento si trova a Cocconato d’Asti, un comune noto come la riviera del Monferrato per il suo microclima particolarmente mite, a un’altitudine di circa quattrocento metri sul livello del mare. Il terreno è di natura calcareo-sabbiosa, una combinazione pedologica perfetta che permette alle viti di esprimere sia eleganza che potenza, favorendo una maturazione graduale e completa delle uve. Il nome stesso del vigneto, Marusè, è un omaggio alla tradizione contadina locale: nel dialetto piemontese, il Marusè era la figura del saggio mediatore matrimoniale, la persona di fiducia a cui i bisnonni affidavano il delicato compito di scegliere il ragazzo giusto a cui dare in sposa la propria figlia. La vigna dove nel duemila è stata reimpiantata l’albarossa apparteneva proprio all’ultimo Marusè del paese, creando così un cortocircuito narrativo perfetto: il vino diventa metafora di un matrimonio riuscito, quello tra la freschezza della barbera e la struttura dello chatus, celebrato in una terra vocata all’unione e all’armonia.
La filosofia produttiva dell’azienda Poggio Ridente è rigorosamente biologica, un approccio che mira a preservare la vitalità del suolo e la biodiversità dell’ecosistema vigneto. La vendemmia è manuale e selettiva, effettuata solo quando i grappoli hanno raggiunto la perfetta maturazione fenolica, momento cruciale per gestire l’importante corredo tannico del vitigno. La vinificazione segue metodi tradizionali ma attenti: le uve in purezza subiscono una macerazione sulle bucce per un periodo che varia dai dieci ai quindici giorni, tempo necessario per estrarre tutto il colore e le sostanze nobili senza scadere nell’amaro. Dopo la fermentazione alcolica e la successiva fermentazione malolattica, che serve ad ammorbidire l’acidità e a rendere il vino più rotondo, segue un affinamento di dodici mesi. La scelta dei legni è fondamentale per definire lo stile di questo vino: vengono utilizzate barrique e tonneaux, ma esclusivamente di secondo o terzo passaggio. Questa decisione tecnica è mirata a evitare che le note tostate e vanigliate del legno nuovo coprano l’identità varietale del vino; il legno deve essere un contenitore che permette la microssigenazione e l’evoluzione, non un ingrediente aromatizzante. Nel calice, il Poggio Ridente Albarossa si presenta con una potenza cromatica impressionante, vestendosi di un rosso rubino intenso, profondo e quasi impenetrabile, chiara eredità genetica dello chatus. L’esame olfattivo rivela un profumo vinoso e franco, caratterizzato da sentori netti di frutta rossa matura e bacche di bosco, con note prevalenti di amarena e mora, arricchite da un delicato e intrigante tono speziato che aggiunge complessità al bouquet. In bocca il vino stupisce per la sua consistenza: è morbido, ampio e ricco, con una struttura importante che riempie il palato. Si avverte una sensazione quasi polposa, dove il calore alcolico è ben bilanciato dalla freschezza, rendendo il sorso appagante e persistente. È un vino che dimostra come l’incrocio abbia funzionato, smussando le spigolosità dei genitori per creare un’armonia nuova. La sua notevole struttura richiede abbinamenti gastronomici adeguati: è perfetto per accompagnare i grandi primi piatti della tradizione piemontese con sughi di carne o funghi, secondi piatti di carne rossa brasata o arrosto, ma sa esaltare anche formaggi stagionati e salumi saporiti. Per apprezzarne tutte le sfumature, si consiglia di servirlo a una temperatura compresa tra i diciassette e i venti gradi centigradi, permettendo al vino di ossigenarsi e raccontare la sua storia di errore geniale divenuto eccellenza.


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