C’è sempre un brivido sottile e inconfondibile associato all’idea della “prima volta”, un misto di incoscienza e meraviglia che spesso perdiamo crescendo, ma che il vino ha il potere magico di restituirci intatto. A Rovolon, nel cuore pulsante e verde dei Colli Euganei, la cantina Vigne al Colle ha deciso di imbottigliare proprio questa sensazione, creando un vino che è un inno alla freschezza e alla riscoperta delle origini. Fondata nel 2003 e guidata da Martino Benato, questa realtà di dieci ettari rappresenta la “nouvelle vague” padovana: pragmatica, diretta e senza fronzoli. Con La Prima Volta, Benato non cerca la complessità barocca o l’affinamento infinito, ma punta dritto al cuore della convivialità, utilizzando il “metodo ancestrale” per dare voce alla Serprina, l’uva regina di queste colline vulcaniche.

Il contesto tecnico di questo vino è un manifesto di semplicità apparente. Siamo di fronte a una Serprina in purezza (100%), vendemmiata a settembre quando l’equilibrio tra acidità e zuccheri è perfetto per sostenere la presa di spuma. La scelta del “metodo ancestrale” è la chiave di volta stilistica: a differenza del metodo Martinotti che avviene in autoclave, o del Classico che prevede sboccatura, qui il vino finisce di fermentare direttamente in bottiglia e lì rimane, “col fondo”, custodendo i propri lieviti come un segreto vitale. La gradazione alcolica si ferma all’11%, un valore che oggi suona quasi rivoluzionario e che promette una beva scattante, leggera, pensata per non stancare mai il palato e per accompagnare la tavola dall’antipasto fino a notte fonda.
Visivamente, la bottiglia trasparente ci anticipa già l’esperienza: il vino si presenta con quella velatura tipica dei rifermentati non filtrati, un colore giallo paglierino carico che invita all’assaggio senza timori reverenziali. Al naso, l’ancestrale libera sentori di crosta di pane e lievito fresco che si intrecciano con la nota floreale e agrumata tipica della Serprina, sostenuta da una spina dorsale minerale che è la firma indelebile del suolo euganeo. In bocca la bollicina è rustica ma gentile, veicolo di una sapidità che asciuga e invoglia al sorso successivo. È un vino che non ha bisogno di essere intellettualizzato per essere goduto: è fatto per essere stappato con gli amici, senza cerimonie, magari capovolgendo la bottiglia per rimettere in circolo il fondo e godere di tutta la sua texture materica.
La Prima Volta di Vigne al Colle ci insegna che non serve guardare lontano per trovare l’autenticità. Martino Benato ha preso l’uva di casa e il metodo dei nonni per creare un vino modernissimo nella sua arcaicità. Bere questo 2024 significa resettare il palato dalle sovrastrutture e tornare a godere del vino per quello che è sempre stato: succo d’uva fermentato, allegria liquida e specchio sincero di un territorio che non ha bisogno di trucco per essere bellissimo.


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