Esiste un’insospettabile forma di coraggio che non risiede nell’atto della fondazione, ma nel rischio calcolato dell’abbandono di una rotta sicura per inseguire un’intuizione geografica lontana. La storia dell’agricoltura italiana è costellata di dinastie che hanno preferito la protezione rassicurante delle mura domestiche alla vertigine dell’ignoto, cristallizzando il proprio sapere in una ripetizione rituale che, col tempo, rischia di trasformarsi in una prigione dorata. Rompere questo cerchio non è un atto di negazione verso il passato, ma l’unico modo onesto per onorarlo, dimostrando che il sangue di una stirpe non è un limite statico, bensì un fluido capace di scorrere verso nuovi territori per fecondarli con una visione inedita. Questa profonda tensione tra la memoria di una provincia e l’ambizione di un nuovo orizzonte trova il suo palcoscenico ideale nel passaggio di testimone che ha dato vita a un progetto dove il rigore scientifico e l’emozione ancestrale si fondono in un unico, vibrante flusso liquido. Per comprendere la genesi di questa metamorfosi, occorre voltarsi indietro verso la Mantova del 1923, anno in cui Angelo Giubertoni decise di dare un nome e una struttura alla propria passione, fondando quella che sarebbe diventata la Cantine Giubertoni. Per oltre un secolo, questa azienda ha rappresentato un baluardo di stabilità, specializzandosi con una precisione quasi chirurgica nella produzione del Lambrusco Mantovano Doc, un vino che è l’essenza stessa di una terra di mezzo tra le acque e le nebbie.
Tuttavia, la sesta generazione, oggi rappresentata da Emma ed Alessandro, ha avvertito il peso nobile di questa centenaria eredità non come un traguardo, ma come una rampa di lancio verso una frontiera differente. La scintilla del cambiamento scocca nel 2017, quando nasce ufficialmente Tenuta Bardali, un progetto che scaturisce dalla volontà ferrea di sfidare un territorio morfologicamente e climaticamente opposto rispetto alla pianura mantovana. La scelta ricade su Affi, in provincia di Verona, un comune che si adagia con aristocratica discrezione a est del Lago di Garda, in un punto dove la geologia sembra voler raccontare una storia di forze primordiali e di ritiri glaciali. Qui, la zona vitata di sei ettari appare come un’isola di resistenza agricola, completamente circondata e protetta da un’area boschiva che funge da polmone naturale e da barriera invalicabile contro le interferenze dell’urbanizzazione e delle arterie stradali. Il vigneto abbraccia letteralmente la maestosa facciata prealpina, una posizione strategica che non è solo estetica, ma profondamente funzionale alla salubrità del frutto. I venti che scendono dalle cime alpine mantengono infatti i filari costantemente arieggiati, riducendo drasticamente il ristagno di umidità e offrendo alla famiglia la possibilità di abbracciare i protocolli dell’agricoltura biologica e di sperimentare con successo la produzione di vini privi di solfiti aggiunti.
Il suolo di questa specifica area rappresenta il vero tesoro invisibile di Tenuta Bardali, una matrice morenica e calcarea che agisce come uno scultore sulla struttura chimica dell’uva. Questa composizione minerale è la responsabile diretta di quella spiccata acidità e di quella complessità strutturale che rendono i vini di Affi capaci di sfidare il tempo, mentre l’influenza costante del Lago di Garda agisce come un volano termico, cedendo al calice una sapidità marina e una freschezza che sembrano sussurrare la memoria di antiche acque. In questo contesto di purezza ambientale, l’azienda ha deciso di spingersi ancora oltre sul sentiero dell’ecosostenibilità, introducendo la viticoltura piwi, ovvero varietà naturalmente resistenti alle principali malattie fungine che consentono di dimezzare gli interventi meccanici e chimici tra i filari, rispettando il silenzio del bosco circostante. Nonostante la diversità dei suoli, il legame con la casa madre mantovana resta indissolubile: le uve coltivate con cura artigianale ad Affi vengono infatti trasferite presso la sede storica della Cantine Giubertoni per affrontare il complesso e delicato processo di spumantizzazione, unendo così la freschezza veronese alla sapienza tecnica mantovana.
La rivelazione suprema di questa indagine geologica e umana è racchiusa in una bottiglia che porta il nome di Ocno, un omaggio mitologico che sembra voler sigillare il patto tra la terra e l’ingegno. Si tratta di uno spumante Metodo Classico Brut che affronta un lungo e silenzioso letargo di ventiquattro mesi sui propri lieviti, un tempo necessario affinché la materia si trasformi in emozione. Il blend scelto per questa sfida è una sintesi perfetta di territorio e classicità, unendo la Garganega, vitigno simbolo della zona capace di donare nerbo e verticalità, allo Chardonnay, che conferisce al sorso quella rotondità aristocratica e quell’eleganza internazionale ricercata dai palati più esigenti. La raccolta dei grappoli avviene esclusivamente in modo manuale, con i viticoltori che ripongono ogni bacca in piccole cassette per evitare schiacciamenti precoci che comprometterebbero la purezza del mosto fiore.
Una volta versato, lo spumante, si palesa agli occhi con un colore giallo paglierino luminoso, animato da una bollicina estremamente fine e dotata di una persistenza che sembra non voler mai abbandonare il cristallo del calice. L’esame olfattivo di Ocno rivela una complessità stratificata che richiede un ascolto lento e meditativo, dove le classiche e fragranti note di crosta di pane, frutto del lungo affinamento, si intrecciano magistralmente a sentori di fiori bianchi primaverili e a fragranze di frutta a polpa bianca matura. Al palato, la tensione minerale tipica dei suoli morenici si fonde con una struttura gustativa importante, spaziando dalle note tostate della nocciola fino a richiami floreali e fruttati di rara pulizia. Con una gradazione alcolica del 12%, questo vino si dimostra un compagno versatile e dinamico, capace di fungere da eccellente aperitivo se servito a una temperatura rigidamente compresa tra i 2° e i 4°, ma dotato di una fibra tale da sostenere magnificamente piatti di pesce complessi e strutturati.
La storia di Tenuta Bardali ci insegna che la vera nobiltà dell’agricoltura risiede nel coraggio di essere infedeli alla consuetudine per restare fedeli alla verità del terroir. Emma e Alessandro hanno dimostrato che è possibile traghettare un’azienda centenaria verso la modernità senza smarrire l’anima, trasformando la sfida dei suoli calcarei di Affi in una luminosa celebrazione dell’eccellenza italiana. Degustare un calice di Ocno non è solo un atto edonistico, ma un omaggio alla perseveranza di una famiglia che ha scelto di abitare il confine tra passato e futuro, estraendo dal silenzio della terra una bollicina che racconta, con orgoglio e sapienza, la forza inarrestabile del cambiamento.


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