Vulcanico Serprino all’Abbazia di Praglia – 20.06.2026

L’orizzonte della Pianura Padana subisce una frattura improvvisa, un’anomalia geologica che spezza la monotonia orografica attraverso l’emersione di coni vulcanici di geometrica precisione. I Colli Euganei non rappresentano semplici rilievi collinari, ma testimoniano un titanico sforzo tettonico avvenuto milioni di anni fa, quando il magma incandescente ha tentato di squarciare la crosta terrestre scontrandosi con gli abissi marini, sollevando i fondali senza mai riuscire a eruttare in superficie. Questa genesi sotterranea ha generato una terra ibrida, dove il fuoco primordiale si fonde con i sedimenti oceanici, creando un palcoscenico pedoclimatico dalle caratteristiche rare. Su questa irrequietezza geologica l’essere umano ha imposto la propria architettura dell’ordine, trovando la sua massima espressione monumentale nell’Abbazia di Praglia.

Fondata nel 1080 dai monaci benedettini nel comune di Teolo, la struttura rappresenta la vittoria della geometria e del silenzio sul caos magmatico originario. I chiostri e le mura di trachite si ergono come cerniera tra l’energia tellurica del sottosuolo e la ricerca di elevazione spirituale, traducendo la forza bruta della natura nella disciplina inesorabile della regola monastica. La pietra vulcanica, un tempo fluida e distruttiva, diventa il fondamento solido su cui edificare un intero ecosistema agricolo e culturale. Questo paradosso, in cui la violenza originaria viene domata dal rigore del lavoro umano, definisce l’identità più profonda del territorio euganeo, un luogo dove la memoria termica della terra continua a pulsare sotto le geometrie delle vigne, attendendo di trovare una via di espressione attraverso i frutti della botanica.

La codifica di questa memoria geologica avviene attraverso uno strumento legislativo e culturale ben preciso, la Denominazione di Origine Controllata Colli Euganei, che trova nel Serprino la sua emanazione più identitaria e irriducibile. Il Serprino non costituisce un vitigno qualunque, ma rappresenta un biotipo autoctono della Glera, isolato e adattato nei secoli all’anfiteatro vulcanico padovano. A differenza delle estese e uniformi pianure trevigiane, qui la pianta è costretta a misurarsi con pendenze severe e suoli ricchi di trachite, calcare e marna, elementi che costringono l’apparato radicale a uno scavo profondo per cercare sussistenza idrica e nutrizionale. Il disciplinare di produzione, approvato con decreto ministeriale e periodicamente aggiornato per tutelare la specificità del territorio, impone regole stringenti che distanziano nettamente questa produzione dalle logiche industriali di massa. Le rese massime sono bloccate a 150 quintali per ettaro, un parametro tecnico essenziale per impedire la diluizione estrattiva e garantire che la componente minerale del suolo venga trasferita integralmente nel grappolo. La vinificazione, che avviene per elezione nelle tipologie frizzante e spumante attraverso il metodo Martinotti, diventa un processo di sottrazione ingegneristica che mira a preservare l’integrità del patrimonio aromatico originario. Le rigide temperature di fermentazione autolimitano l’esuberanza alcolica, mantenendo intatto un pH acido che funge da spina dorsale del vino. La denominazione si erge quindi a scudo protettivo, un patto giuridico tra viticoltori e geografia che impedisce l’omologazione sensoriale, trasformando una semplice uva in un vettore di identità che porta nel bicchiere l’eco tangibile del mare antico e della roccia fusa.

La valorizzazione di questo patrimonio normativo non può restare confinata nei registri burocratici, ma esige un momento di restituzione collettiva che si concretizza sabato 20 giugno attraverso l’evento Vulcanico Serprino. L’Abbazia di Praglia apre i propri spazi monumentali per ospitare una manifestazione che pone al centro la denominazione stessa, spogliandola delle consuete dinamiche fieristiche per trasformarla in un’indagine territoriale corale. Dalle ore 16 alle 22 il complesso monastico diviene l’epicentro di una mappa fisica e relazionale animata da 26 cantine, ognuna portatrice di una specifica interpretazione delle regole condivise. L’architettura dell’evento è studiata per favorire l’approfondimento critico prima ancora che il semplice consumo. L’ingresso alla struttura e la degustazione presso i banchi dei produttori sono aperti e liberi, mentre la partecipazione al percorso di scoperta richiede l’acquisto di un calice al costo di 15 euro, una gestione logistica affidata direttamente all’ente ospitante per sostenere l’immenso patrimonio architettonico del sito. Questa precisa formula organizzativa elimina le barriere puramente commerciali per instaurare un dialogo diretto, frontale e senza filtri tra i visitatori e i vignaioli.

Non si assiste a una semplice mescita in serie, ma a un simposio all’aperto dove le varianti frizzante e spumante diventano lo strumento per decodificare le microzone collinari. I chiostri dell’abbazia mutano in un’agorà temporanea dove il pubblico esplora la sintesi tra le espressioni dei versanti esposti a sud e le zone più fresche, dimostrando plasticamente come la rigidità del disciplinare permetta in realtà di tutelare un’incredibile biodiversità all’interno di un unico perimetro geografico.

Analizzare la convergenza tra un’antica abbazia e una denominazione vitivinicola contemporanea significa interrogarsi sul significato del tempo e sulla nostra capacità di lasciare un’impronta coerente sul paesaggio. L’evento Vulcanico Serprino supera il concetto di ritrovo enologico per assumere i contorni di un rito laico, un momento in cui una comunità si riunisce per riconoscersi nei frutti del proprio adattamento a un ambiente ostile e potente. Il vino, all’interno di questa cornice, smette di essere un prodotto di intrattenimento per rivelare la sua natura di documento antropologico, un medium che registra l’evoluzione geologica e la perizia agricola stratificatasi attraverso innumerevoli generazioni. Il calice che i visitatori stringono tra le mani nel chiostro di Praglia rappresenta il risultato finale di un equilibrio estremamente instabile tra forze primordiali incalcolabili e la microscopica azione dei lieviti orchestrata dall’intelletto umano. Partecipare a questa esplorazione significa comprendere che la vera tutela di un territorio non risiede nell’immobilismo di una cartolina, ma nella continua e consapevole rielaborazione della sua materia viva.

La denominazione si conferma così non come un arido limite normativo, ma come una grammatica condivisa che consente a 26 voci distinte di parlare la medesima lingua senza mai cadere nella ripetizione. Nell’ombra imponente delle mura benedettine, il Serprino ci dimostra che la civiltà non è la negazione della natura selvaggia, ma la sua trasmutazione più alta, un processo incessante in cui l’energia distruttiva del vulcano viene definitivamente incanalata, compresa e restituita al mondo sotto forma di identità.



Rispondi

X LinkedIn WhatsApp Pinterest Threads
X LinkedIn WhatsApp Pinterest Threads

Scopri di più da Un Momento diVino

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere