La Calabria vanta una ricca tradizione vitivinicola, attestata dalla presenza, sino al 25 Luglio 2025, di quindici Denominazioni di Origine Controllata (DOC) e dieci Indicazioni Geografiche Tipiche (IGT). Con la data appena menzionata, il panorama enologico calabrese ha raggiunto un traguardo storico, con il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) per il Cirò Classico, ufficialmente pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea nella giornata di venerdì 25 luglio 2025. Questa elevazione di status sancisce il Cirò Classico non solo come la prima DOCG della Calabria, ma anche come un’eccellenza vinicola di altissimo livello nel contesto nazionale ed europeo.

Queste denominazioni rappresentano un sistema di protezione e valorizzazione che, a partire dal 2010 e in conformità con la legislazione europea, è stato armonizzato e assorbito dalle categorie comunitarie DOP (Denominazioni di Origine Protetta) e IGP (Indicazioni Geografiche Protette). Tale transizione ha rafforzato il legame indissolubile tra le caratteristiche qualitative del vino e il suo ambiente geografico di origine, comprese le peculiarità naturali e i fattori umani coinvolti nella produzione. All’interno di questo quadro normativo, la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) si colloca al vertice della piramide qualitativa, rappresentando il massimo livello di riconoscimento per i vini italiani. La DOCG impone un disciplinare di produzione ancora più rigido e stringente rispetto alla semplice DOC (ora rientrante nella macro-categoria DOP), garantendo standard qualitativi elevatissimi e una tracciabilità impeccabile. Questo status superiore, ottenuto più recentemente per il Cirò Classico, sottolinea non solo l’eccellenza intrinseca del prodotto, ma anche un profondo impegno nella salvaguardia delle tradizioni vitivinicole e nella promozione del terroir calabrese a livello nazionale e internazionale.
Attualmente, circa 10.500 ettari sono vitati sotto queste denominazioni e indicazioni in Calabria, distribuiti su una superficie prevalentemente collinare e montuosa. La morfologia del territorio regionale è infatti caratterizzata per il 50% da collina e alta collina, per il 40% da montagne e per il 10% da pianure, un mix che contribuisce a creare un “terroir” unico e diversificato.
Ogni Denominazione si basa su disciplinari produttivi rigorosi, che definiscono in dettaglio ogni fase, dalla coltivazione delle uve alle tecniche di vinificazione e affinamento. Questi regolamenti non sono solo uno strumento per garantire l’autenticità e la qualità del prodotto, ma sono soprattutto volti a tutelare l’identità inseparabile di ciò che non può essere delocalizzato: il territorio stesso e il vitigno ad esso intrinsecamente legato. Le denominazioni di origine rappresentano, quindi, a tutti gli effetti, un fondamentale presidio territoriale e un patrimonio collettivo, che salvaguarda le tradizioni, promuove lo sviluppo locale e offre al consumatore una garanzia di provenienza e tipicità.
Storicamente, i quattro decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale segnano un punto di svolta cruciale per il vino calabrese, determinando una transizione dalla tradizionale, agricola, eredità dei popoli antichi, al fermento culturale e imprenditoriale che osserviamo oggi. In questo periodo, la Calabria ha assunto una duplice veste: da un lato, ha iniziato a fungere da fonte di approvvigionamento per le regioni del Nord Italia; dall’altro, è risultata un territorio viticolo che iniziava a maturare la consapevolezza della propria identità e delle sue potenzialità commerciali.
Alle origini della viticoltura italiana, e in particolare nella definizione del “pedigree” di uno dei vitigni più celebri, il Sangiovese, si riscontra un contributo significativo da parte di vitigni autoctoni calabresi e campani. Queste regioni del Sud Italia furono testimoni della viticoltura più antica della Magna Grecia, fungendo da “padri nobili” della nostra storia enologica. L’interconnessione geografica e culturale di quest’area è stata definita da Christian Vandermersch come un “triangolo di acclimatazione”, che include la Sicilia orientale e le fasce tirrenica e ionica della Calabria.

Nonostante il Sangiovese sia universalmente identificato con la Toscana, studi genetici e storici ne rivelano una discendenza ben più meridionale. Si presume che il Sangiovese sia in realtà il frutto di un incrocio tra un vitigno campano, l’Aglianicone (noto anche come Ciliegiolo), e un vitigno calabrese. Quest’ultimo, denominato Calabrese di Montenuovo, fu introdotto nella zona del Lago d’Averno (Campania) dalla famiglia Strigari, di origine albanese proveniente da Cosenza, nella prima metà del XIX secolo. Questa scoperta genetica sottolinea l’importanza storica del patrimonio viticolo del Sud Italia nella formazione di varietà oggi iconiche.
La stretta parentela tra il Sangiovese e alcune varietà calabresi è ulteriormente confermata dal fatto che, alcuni vitigni tradizionali calabresi come la Puttanella, la Vigna del Conte e la Corinto Nera sono stati identificati, geneticamente parlando, come vere e proprie espressioni del Sangiovese. Questo suggerisce una diversificazione ed un adattamento del vitigno nel contesto territoriale calabrese. Altri vitigni autoctoni della Calabria, quali il Gaglioppo e il Mantonicone, inoltre, possono essere considerati “figli” o “fratelli” del Sangiovese, evidenziando una complessa rete di relazioni genetiche che lega profondamente il Sangiovese al Sud Italia. Questi legami genetici e storici non solo arricchiscono la narrativa del Sangiovese, ma valorizzano anche il ruolo cruciale delle regioni meridionali nella biodiversità viticola italiana e nella sua evoluzione.

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Negli anni Cinquanta, si è assistito allo smembramento del latifondo e alla ridistribuzione di piccoli appezzamenti di terra ai contadini, ovvero a quelle parti di popolazione impoverite dal ventennio bellico e spesso costrette all’esodo verso il Nord Italia e il Nuovo Mondo. La Riforma Agraria ha ridisegnato profondamente la geografia agricola della Calabria, dalle zone costiere alle aree più interne, con l’obiettivo di dare nuovo impulso a un’immensa distesa di campi incolti e abbandonati, intervallati solo da piccole produzioni di sussistenza. A partire dagli anni Sessanta, si è aperto uno scenario di notevole trasformazione. Si è assistito alla nascita di aziende private e cooperative – soggetti economici a tutti gli effetti nuovi – e al conseguente ingresso del vino calabrese sui mercati internazionali. Un flusso significativo di incentivi e sussidi da Roma ha contribuito a placare il clima di tensione sociale e la fame che attanagliava la popolazione da troppi anni. L’attenzione si è convogliata, quindi, in una gestione razionale e programmata della viticoltura. Si è avviato così un piano di produzione che ha portato alla conversione dei vigneti, all’estirpazione e al rinnovo di quelli preesistenti. Le nuove disposizioni dei filari hanno iniziato a dare un’impronta diversa a territori di antica vocazione e ad areali che, nel tempo, si sono rivelati di elevata potenzialità vinicola.
- A. Scienza, O. Failla, La circolazione varietale della vite nel Mediterraneo: lo stato della ricerca. ↩︎


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