C’è una sorta di pigrizia mentale che ci porta a considerare gennaio come un mese di transizione, un limbo grigio dove il palato deve riposare dopo gli eccessi natalizi in attesa della primavera, ma la Romagna ha sempre avuto il difetto meraviglioso di non saper stare ferma. Proprio nel cuore dell’inverno, quando la nebbia avvolge la via Emilia rendendo i contorni sfumati e onirici, Forlì decide di accendere i riflettori sulla materia viva che scalda l’anima. Non è un caso che il Forlì Wine Festival torni puntuale per la sua undicesima edizione come un rito di svelamento, trasformando i padiglioni di via Punta di Ferro in una cattedrale laica dove il vino non è solo merce, ma pretesto per un incontro fisico e necessario tra chi la terra la lavora e chi il frutto lo beve. Dimenticate le fiere patinate dove il marketing soffoca il prodotto: qui si respira un’aria diversa, più concreta e sanguigna, figlia di una terra che non ha mai smesso di credere che la verità stia nel bicchiere e non nell’etichetta.

L’appuntamento è fissato per il fine settimana dal 23 al 25 gennaio 2026, tre giorni in cui la Fiera di Forlì diventa l’epicentro di una resistenza enogastronomica che vede Romagna Fiere in prima linea nel difendere la biodiversità del gusto. L’evento si svolge in simbiosi con la storica fiera Sapeur, giunta alla ventitreesima edizione, creando un cortocircuito virtuoso tra il cibo di strada, le eccellenze artigianali e il mondo del calice. I numeri raccontano una storia di abbondanza e curiosità: oltre cinquecento etichette provenienti da ogni angolo d’Italia sono pronte a farsi scoprire, con una formula che democratizza l’accesso alla qualità. Con un biglietto di quindici euro, che include calice e taschina, il visitatore non acquista semplici assaggi, ma un passaporto per un viaggio illimitato attraverso i terroir della penisola, con la possibilità rara e preziosa di acquistare direttamente dai produttori, saltando ogni mediazione e portandosi a casa non solo una bottiglia, ma la faccia e la voce di chi l’ha riempita.
La vera “Rivelazione” di questa edizione non risiede in un singolo vino premiato, ma nell’apertura coraggiosa verso frontiere che spesso vengono relegate ai margini della narrazione enoica classica. Accanto ai grandi rossi e ai bianchi minerali, il Forlì Wine Festival 2026 spalanca le porte all’universo dei distillati, riconoscendo che l’arte della fermentazione e quella della distillazione sono sorelle separate alla nascita che meritano di ricongiungersi. Brandy invecchiati, grappe monovitigno, gin botanici e vodka artigianali diventano protagonisti di un percorso parallelo che esplora la purezza della materia prima e la maestria dell’alambicco. A garantire che l’esperienza non scada nel bere distratto ci pensa l’AIS Romagna, partner storico della manifestazione, i cui sommelier presidiano i banchi d’assaggio e conducono degustazioni guidate, trasformando ogni sorso in una lezione di geografia e chimica applicata al piacere.
In un’epoca in cui ordiniamo il vino tramite app e deleghiamo la scelta agli algoritmi, eventi come questo assumono un valore quasi politico. Ci ricordano che il vino è una sostanza sociale che richiede presenza, confronto e tempo. Il Forlì Wine Festival ci insegna che non esiste recensione più affidabile del nostro stesso palato e che il mercato vero non è quello dei grafici azionari, ma quello dove le mani si stringono sopra un banco di legno. Uscendo dalla fiera, magari con una cassa di Sangiovese o di un vitigno sconosciuto sotto il braccio, si ha la netta percezione di aver compiuto un atto rivoluzionario: ci si è riappropriati del diritto di scegliere, guidati solo dal gusto e dalla bellezza dell’incontro umano.
DI SEGUITO L’ELENCO DEGLI ESPOSITORI:






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