Vendemmie ad agosto e vitigni che migrano: come il clima sta cambiando il gusto del vino

Non è più uno scenario da film distopico ma la cronaca puntuale delle ultime annate vitivinicole che ci racconta di un’Italia dove le forbici dei vendemmiatori entrano in azione quando gli ombrelloni sono ancora aperti.

La cosiddetta “tropicalizzazione” del vigneto non è solo una questione di temperature medie più alte ma riguarda la violenza degli eventi estremi e l’accelerazione dei cicli vegetativi che costringono varietà precoci come il Chardonnay o il Pinot Nero, specialmente se destinati alle basi spumante come in Franciacorta o in Alta Langa, a essere raccolte già nella prima decade di agosto per preservare quella freschezza acida fondamentale per la loro identità.

Dal punto di vista prettamente tecnico l’aumento del calore e della radiazione solare innesca una maturazione zuccherina repentina che porta i mosti a gradazioni alcoliche potenziali spesso superiori ai 15 gradi mentre parallelamente si assiste a una degradazione degli acidi organici, in particolare dell’acido malico, che rischia di regalarci vini “seduti”, pesanti e privi di quella tensione gustativa che chiamiamo bevibilità.

Di fronte a questa sfida epocale i produttori non stanno a guardare e mettono in atto strategie di adattamento che ridisegnano la geografia enologica spostando i vigneti sempre più in alto alla ricerca di escursioni termiche notturne capaci di fissare gli aromi, come accade ormai regolarmente sull’Etna o in alcune zone dell’Abruzzo e delle Marche dove varietà come il Pecorino vengono piantate oltre i 600 metri di quota.

Accanto alla migrazione altimetrica c’è un ritorno al futuro che passa per il recupero di vitigni autoctoni antichi spesso abbandonati in passato perché troppo rustici o tardivi ma che oggi si rivelano preziosi alleati proprio grazie alla loro capacità di sopportare stress idrici e termici meglio delle blasonate varietà internazionali; in Sicilia ad esempio il Grillo o il Perricone dimostrano una resilienza che il Merlot non può garantire mentre in Veneto e Friuli si guarda con interesse ai vitigni PIWI resistenti alle malattie fungine ma anche sorprendentemente adattabili al nuovo contesto climatico riducendo la necessità di trattamenti in vigna.

La gestione della chioma diventa millimetrica per proteggere i grappoli dalle scottature solari mantenendo le foglie a fare da ombrello naturale, una pratica diametralmente opposta alla defogliazione spinta che si insegnava fino a vent’anni fa quando il problema era far maturare l’uva e non salvarla dalla cottura.

Questa metamorfosi forzata ci impone tuttavia una riflessione ben più profonda della semplice conta dei gradi Babo (unità di misura che indica la quantità di zucchero nel mosto d’uva) o dell’acidità totale. Stiamo assistendo alla riscrittura del concetto stesso di identità territoriale, che non può più essere inteso come una rendita di posizione statica e immutabile ma deve evolvere in un sistema dinamico.

La tradizione, in questo contesto, non è la custodia delle ceneri ma la capacità di interpretare il fuoco del cambiamento trasformando l’imprevedibilità climatica in una nuova cifra stilistica. Una sfida alle convenzioni del gusto a cui siamo abituati che potrebbe paradossalmente regalarci vini ancora più autentici, perché figli non di un’annata perfetta che non esiste più, ma di una sopravvivenza conquistata grappolo dopo grappolo con intelligenza e rispetto per la natura.



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