Un calice alla biodiversità

Al termine di questo articolato percorso degustativo, che ci ha condotto attraverso epoche storiche distanti e latitudini geografiche apparentemente inconciliabili, appare evidente come il valore intrinseco dei vini assaggiati risieda ben oltre le loro pur eccellenti qualità organolettiche, trascendendo la semplice piacevolezza edonica per assumere un significato etico e culturale profondo. Ciascuna di queste bottiglie non è soltanto un contenitore di liquido fermentato, ma si erge a testimone silenzioso e potente di una lotta secolare contro l’oblio, rappresentando un tassello fondamentale di un mosaico molto più ampio e complesso che riguarda la salvaguardia della biodiversità viticola globale. Per comprendere appieno la portata di questa affermazione, bisogna considerare che nel corso dell’ultimo secolo l’agricoltura mondiale ha subito una drastica erosione genetica (la perdita di variabilità nelle specie coltivate), spinta da logiche di mercato che hanno privilegiato poche varietà internazionali, le cosiddette varietà miglioratrici come cabernet, merlot o chardonnay, a discapito di centinaia di cultivar locali ritenute meno produttive o più difficili da gestire.

I vini che abbiamo incontrato stasera sono la risposta vivente a questa omologazione: sono sopravvissuti, resistenti, figli di una selezione naturale o umana che ha premiato la specificità contro la standardizzazione. Dalle sabbie silicee del Sulcis Iglesiente , che hanno agito da barriera meccanica fermando l’avanzata distruttiva della fillossera e permettendo la sopravvivenza di un patrimonio genetico a piede franco unico nel Mediterraneo, alle colline emiliane di Scandiano e Canossa , che hanno custodito gelosamente l’identità della spergola proteggendola da errate attribuzioni e mode passeggere, ogni storia è un capitolo di resistenza. Passando per i vigneti della Valle Central in Cile , divenuti rifugio insperato e arca di Noè per il carménère creduto estinto in Europa , fino agli esperimenti genetici piemontesi che hanno dato vita all’albarossa , un errore scientifico trasformatosi in un’opportunità enologica, ogni sorso ci ricorda che la viticoltura non è una scienza esatta e immutabile, ma è cultura, nel senso più nobile di coltivazione e culto, ed è storia viva che si evolve.

La biodiversità non è un concetto astratto da museo, ma una risorsa pragmatica e vitale per il futuro della viticoltura: in un’epoca di cambiamenti climatici rapidi e imprevedibili, possedere un germoplasma (il patrimonio genetico ereditario) variegato significa avere a disposizione più strumenti per adattarsi alle nuove condizioni ambientali, sfruttando ad esempio la resistenza alla siccità del carignano, la capacità di mantenere acidità in climi caldi della spergola o la tardività di maturazione del carménère. Avvicinarsi a questi vini, dunque, comporta una responsabilità: bere il Mezzaluna, l’Ennio, l’Anna, il Tagua Tagua o il Poggio Ridente significa partecipare attivamente a questa storia di sopravvivenza, trasformandosi da semplici consumatori a coproduttori consapevoli. Significa riconoscere che la resilienza della natura, unita alla passione ostinata dell’uomo – quell’agricoltore che non ha estirpato la vecchia vigna poco produttiva, quel ricercatore che ha analizzato il DNA di una pianta sconosciuta, quell’enologo che ha creduto in un vitigno dimenticato – è capace di trasformare errori, catastrofi biologiche e dimenticanze secolari in espressioni di bellezza inaspettata e profonda.

In ultima analisi, questo calice alla biodiversità è un brindisi alla complessità del mondo naturale e alla capacità della cultura umana di custodirla, ricordandoci che ogni volta che salviamo un vitigno dall’estinzione, salviamo anche una parte della nostra identità, del nostro linguaggio e della nostra storia rurale, impedendo che il gusto si appiattisca su pochi sapori standardizzati e garantendo alle generazioni future il diritto di assaporare la vertiginosa varietà che la terra è in grado di offrire. Il vino torna così a essere ciò che è sempre stato nelle civiltà antiche: non solo alimento o merce, ma pharmakon, rimedio contro la dimenticanza, e legante sociale capace di unire il passato remoto di una radice pre-fillossera con il futuro sostenibile di una viticoltura consapevole.



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