Strasburgo – Pacchetto Vino 2026

Per mesi, nei corridoi grigi e felpati di Bruxelles, si è aggirato uno spettro che ha tolto il sonno ai viticoltori di mezza Europa, un fantasma burocratico che minacciava di cambiare per sempre il nostro rapporto visivo e culturale con la bottiglia.

​La paura, concreta e palpabile, era che il vino venisse equiparato alle sigarette, che il frutto della vite venisse trattato dal legislatore esattamente come il tabacco lavorato, con tutto il corredo macabro di avvertenze sanitarie, “nuoce gravemente alla salute” e immagini shock stampate in bella vista sull’etichetta frontale.

​Era la deriva del cosiddetto “modello irlandese”, quella spinta neo-proibizionista sostenuta dai paesi del Nord Europa che, non avendo una cultura produttiva secolare, tendono a vedere nell’alcol solo un problema di ordine pubblico e sanitario da arginare con divieti e terrorismo psicologico.

​Oggi, però, possiamo tirare un sospiro di sollievo, anche se la guardia deve restare altissima.

​Il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha approvato pochi minuti fa il testo definitivo del nuovo “Pacchetto Vino”, respingendo gli emendamenti più estremisti e sancendo, forse una volta per tutte, la differenza sostanziale tra “uso” e “abuso”, tra un alimento liquido che è parte della Dieta Mediterranea e una sostanza stupefacente.

La vittoria politica è netta ed è il frutto di un lavoro di diplomazia agricola che ha visto l’Italia, la Francia e la Spagna fare fronte comune come raramente accade, creando una “barricata latina” contro le istanze salutiste più radicali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

​Il punto cardine del provvedimento approvato oggi riguarda l’etichettatura, che è sempre il campo di battaglia dove si scontrano le ideologie.

​Il Parlamento ha detto “Sì” alla trasparenza totale, ma ha detto “No” alla deturpazione della bottiglia.

​Le informazioni nutrizionali (calorie) e la lista degli ingredienti (che ora dovrà includere tutto, dai lieviti ai correttori di acidità) saranno obbligatorie, ma potranno essere fornite attraverso l’etichetta digitale, il famoso e-label o QR Code.

​È una vittoria della tecnologia sul medioevo burocratico.

​Invece di trasformare la retro-etichetta in un bugiardino illeggibile o in un manifesto funebre con scritte allarmistiche sul cancro (come chiedeva la commissione BECA in origine), il consumatore potrà scansionare il codice e accedere a una pagina web neutra, dove troverà tutti i dati tecnici e le avvertenze sul consumo responsabile, senza che l’estetica e la dignità del prodotto vengano compromesse.

​Come ha sottolineato a caldo l’Unione Italiana Vini (UIV), questa decisione riconosce la maturità del consumatore europeo.

​Non c’è bisogno di trattare chi beve un bicchiere di Chianti o di Barolo come un bambino da spaventare, ma come un adulto da informare.

​L’altro grande capitolo del pacchetto riguarda il regolamento sugli imballaggi (PPWR), un tema che aveva fatto tremare i polsi all’industria del vetro e dell’export.

​La versione iniziale del testo prevedeva quote di riuso obbligatorie che avrebbero costretto le cantine a ritirare le bottiglie vuote, lavarle e riempirle di nuovo, un sistema che funziona forse per la birra nel mercato locale tedesco, ma che è follia logistica per un vino italiano che viaggia verso New York o Tokyo.

​Il voto di oggi ha sancito l’esenzione per il vino da questi obblighi stringenti di riuso, riconoscendo la specificità del prodotto e il fatto che il tasso di riciclo del vetro in Italia è già a livelli di eccellenza mondiale (superiore all’80%).

​È stato evitato un costo industriale che Coldiretti aveva stimato in centinaia di milioni di euro, una tassa occulta che avrebbe messo fuori mercato le nostre piccole e medie imprese.

​Ma non è tutto oro quello che luccica, e leggere tra le righe del testo approvato è fondamentale per capire il futuro.

​Se da un lato abbiamo schivato il “black stamp” sanitario, dall’altro il Parlamento ha aperto in modo deciso alla categoria dei vini dealcolati o parzialmente dealcolati.

​Le nuove norme rendono molto più semplice e meno burocratico produrre e commercializzare vini “low alcohol” o “zero alcohol” all’interno delle Denominazioni di Origine, purché i disciplinari lo prevedano.

​È un segnale chiaro: l’Europa ci sta dicendo che se vogliamo sopravvivere alle nuove generazioni e ai mercati emergenti che chiedono meno alcol, dobbiamo adattarci.

​Non è più un tabù, è una strategia commerciale codificata.

​Le reazioni delle istituzioni sono di cauto trionfo.

​Il Comité Vins (CEEV), la voce dei vini europei a Bruxelles, ha parlato di “vittoria del buon senso”, sottolineando come il vino sia stato riconosciuto come un asset culturale e non solo come una bevanda alcolica.

​Tuttavia, bisogna essere onesti e dire che questa non è la fine della guerra, ma solo la vittoria di una battaglia decisiva.

​La pressione della lobby sanitaria anti-alcol è fortissima e tornerà alla carica, magari passando dalle accise fiscali o dalle limitazioni alla pubblicità.

​L’approvazione di oggi ci regala tempo e stabilità normativa per i prossimi anni.

​Ci permette di continuare a raccontare il territorio senza dover apporre teschi sulle nostre etichette.

​Ci permette di investire nella sostenibilità vera (il riciclo) senza essere costretti a sistemi di riuso impraticabili.

​Ci permette di innovare con i vini dealcolati senza perdere il diritto di chiamarli “vino”.

​Ma soprattutto, questo voto ribadisce un concetto filosofico che l’Italia ha sempre difeso: l’educazione è più potente della proibizione.

​Insegnare a bere bene, a bere con moderazione, a bere mangiando, è l’unica vera politica sanitaria che funziona nel lungo periodo.

​Oggi Strasburgo ha scelto la via della cultura contro quella della paura.

​Ha scelto di fidarsi dei produttori e dei cittadini.

Adesso sta a noi, vignaioli e comunicatori, dimostrare di meritare questa fiducia, continuando a produrre eccellenza e a promuovere uno stile di vita in cui il vino è gioia, convivialità e misura, mai sballo.

​Il pericolo scampato deve servirci da lezione: in Europa, se non sei seduto al tavolo delle regole, sei sul menu.

E oggi, per fortuna, l’Italia del vino era seduta a capotavola.



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