
Il vino Anna della cantina Locci Zuddas si configura come una vera e propria macchina del tempo olfattiva, un’esperienza sensoriale che trascende la semplice degustazione per diventare un’indagine archeologica nella memoria più arcaica della Sardegna viticola, in particolare in quel territorio aspro e luminoso del Medio Campidano dove la vite combatte da millenni contro il sole a picco e i venti salmastri. Questo bianco, classificato come Isola dei Nuraghi IGT, denominazione che già nel nome evoca la misteriosa civiltà megalitica che ha plasmato il paesaggio sardo, nasce da un blend sapiente e meditato di tre varietà autoctone: vermentino, nasco e malvasia. L’unione di questi tre vitigni non è un semplice esercizio stilistico, ma un tentativo riuscito di imbottigliare l’essenza della macchia mediterranea, raccontando una storia di sopravvivenza enologica che ha del miracoloso. Il cuore pulsante e l’anima di questo vino risiedono indubbiamente nel nasco, un vitigno di nobiltà antica ma dal destino travagliato, il cui nome deriva etimologicamente dal latino muscus, ovvero muschio; questa radice linguistica non è casuale, ma testimonia un corredo aromatico inconfondibile, quasi primordiale, che non trova eguali in altre varietà del bacino del Mediterraneo e che funge da vera e propria firma genetica. Per secoli il nasco è stato celebrato come uva da grandi vini da dessert, apprezzato nelle corti europee per la sua capacità di accumulare zuccheri e per quel profumo inebriante, ma nel corso del ventesimo secolo ha rischiato seriamente l’estinzione commerciale. Ritenuto poco produttivo, scorbutico nella gestione agronomica e troppo delicato rispetto alle varietà internazionali o ai più robusti vitigni da taglio, è stato progressivamente abbandonato o, peggio, relegato per decenni al ruolo marginale di vino da messa o confinato nella nicchia dei vini liquorosi dolci, uno stereotipo che ha fatto dimenticare la sua natura poliedrica e la sua capacità di invecchiamento. La rinascita è avvenuta solo in tempi recenti, quando produttori coraggiosi e visionari come Locci Zuddas hanno deciso di sfidare la consuetudine vinificandolo secco, spesso in blending come in questo caso con il vermentino, che apporta acidità e spina dorsale, e la malvasia, che regala eleganza e note floreali, liberandolo finalmente dalla tirannia dello zucchero residuo per svelare la sua ossatura antica, fatta di sapidità e struttura. Dal punto di vista agronomico, le uve provengono da vigneti con un’età media di circa venti anni, radicati su suoli che riflettono la geologia complessa dell’isola, spesso ricchi di minerali e poveri di sostanza organica, costringendo la pianta a scavare in profondità. La resa per ettaro si attesta sui cento quintali, un valore che permette di mantenere un buon equilibrio vegeto-produttivo. La vendemmia viene effettuata rigorosamente nella prima decade di settembre, una scelta temporale strategica e fondamentale per garantire la perfetta maturazione tecnologica e fenolica senza però sacrificare il patrimonio acido, essenziale in un clima così caldo per evitare che il vino risulti “cotto” o stucchevole. Una volta giunte in cantina, le uve subiscono una pressatura soffice e il mosto fiore viene avviato alla fermentazione in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata, processo che dura circa quindici giorni e che serve a preservare la fragranza dei precursori aromatici. Tuttavia, è nella fase successiva che si definisce il carattere del vino Anna: l’affinamento prevede una sosta di otto mesi in acciaio con frequenti batonnage. Questa tecnica, che consiste nel rimescolare periodicamente le fecce fini (i lieviti esausti depositati sul fondo) all’interno della massa liquida, è cruciale per un bianco di questa ambizione; l’autolisi dei lieviti rilascia infatti mannoproteine e altre sostanze nobili che conferiscono al vino volume, grassezza e una maggiore stabilità nel tempo, proteggendolo naturalmente dall’ossidazione senza dover ricorrere a dosi massicce di solfiti. Nel calice, questo bianco si presenta con un colore giallo paglierino carico, denso, che ruota nel bicchiere con una certa consistenza, anticipando la struttura che si ritroverà al palato. L’esperienza olfattiva è ciò che rende questo vino un unicum: distaccandosi dalla banalità della frutta fresca esuberante tipica di molti bianchi moderni, il naso si addentra nella macchia mediterranea profonda e assolata. Ai sentori iniziali di frutta a polpa bianca matura, come la pesca e la pera, e alle note dolci di miele di corbezzolo e fiori di campo, si uniscono progressivamente sfumature più austere e affascinanti di erbe aromatiche essiccate al sole (elicriso, timo, mirto), resina di pino e quel richiamo muschiato e selvatico tipico del nasco, che evoca la terra calda dopo un acquazzone estivo. È un vino che si definisce “tattile” perché la sua presenza in bocca è fisica, quasi masticabile; racconta la siccità e il vento che hanno forgiato l’uva, salvato dall’oblio della dolcezza stucchevole per tornare a essere un grande bianco gastronomico. Al gusto è pieno, rotondo e avvolgente, ma mai pesante, grazie a una vibrante mineralità salmastra e a una freschezza che bilancia perfettamente la componente glicerica e alcolica. Con una gradazione del tredici e mezzo per cento, questo vino richiede un approccio al servizio non convenzionale: la temperatura consigliata è di diciotto gradi centigradi, insolitamente alta per un bianco, ma necessaria per permettere alla complessa molecola aromatica del nasco e della malvasia di volatilizzarsi e aprirsi completamente, cosa che il freddo eccessivo inibirebbe, chiudendo il vino e rendendolo muto. A tavola, l’Anna dimostra una versatilità straordinaria, abbinandosi egregiamente a tutti i piatti di pesce della tradizione mediterranea, specialmente quelli dal sapore intenso come una fregola con le arselle, una pasta con la bottarga di muggine o pesci grassi alla griglia, dove la struttura del vino riesce a sostenere la sapidità del piatto; tuttavia, la sua complessità lo rende perfetto anche come aperitivo strutturato, da sorseggiare lentamente, magari accompagnato da formaggi pecorini di media stagionatura, per meditare sulla storia di una viticoltura che ha saputo resistere al tempo e alle mode.


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