
Il Tagua Tagua Selección Carménère rappresenta senza dubbio la più grande spy-story del mondo del vino, un intreccio narrativo degno di un romanzo giallo che ha visto questo vitigno vivere sotto falsa identità, come un agente segreto o un clandestino in fuga, per oltre un secolo prima di essere smascherato e riconosciuto come l’impostore perfetto che aveva ingannato un’intera nazione. Per comprendere la portata storica di questo vino è necessario fare un salto indietro nel tempo fino alla metà dell’Ottocento, quando il carménère era una delle colonne portanti della viticoltura di Bordeaux, in Francia. In quel periodo, era considerato uno dei sei vitigni nobili del bordolese, fondamentale per conferire profondità e colore ai grandi rossi del Médoc; tuttavia, la sua coltivazione era problematica a causa di una sensibilità fisiologica nota come colatura, ovvero la caduta prematura dei fiori che impedisce la formazione del frutto, rendendo le rese incostanti e frustranti per i viticoltori. Quando intorno al milleottocentosessanta arrivò la fillossera, il terribile afide parassita che distrusse quasi tutto il vigneto europeo mangiandone le radici, il carménère fu tra le prime vittime a scomparire. Al momento della ricostruzione su radici americane resistenti, i contadini francesi, memori delle difficoltà agronomiche che il vitigno presentava, decisero pragmaticamente di non reimpiantarlo, decretandone di fatto l’estinzione e cancellandolo dalle mappe enologiche mondiali. Per decenni, il mondo accademico e produttivo ha creduto che il carménère fosse perduto per sempre, un fossile botanico esistente solo nei libri di storia. La realtà, però, era ben diversa e si stava svolgendo a migliaia di chilometri di distanza, oltre l’Oceano Atlantico. Poco prima dell’arrivo della fillossera in Europa, alcuni lungimiranti viticoltori cileni avevano importato barbatelle francesi per nobilitare la loro produzione vinicola; tra queste piante viaggiava in incognito anche il carménère, che trovò in Cile un paradiso ecologico protetto dalle barriere naturali della Cordigliera delle Ande, del deserto di Atacama e dell’Oceano Pacifico, barriere che tennero lontana la fillossera. Qui accadde l’impensabile: il carménère venne confuso con il merlot. Per oltre cent’anni, i produttori cileni coltivarono, vinificarono e vendettero carménère convinti di gestire un clone locale di merlot, che chiamavano curiosamente merlot chileno o merlot tardivo. Questa confusione generò per decenni vini strani, spesso squilibrati, perché le due uve hanno tempi di maturazione drasticamente diversi: il merlot matura presto, mentre il carménère ha bisogno di lunghe estati e va raccolto molto più tardi. Vendemmiando il carménère presto come se fosse merlot, si ottenevano vini dai sentori verdi, erbacei e aggressivi, che venivano considerati difetti di vinificazione o caratteristiche di un terroir rustico. La svolta epocale, il colpo di scena finale di questa storia, avvenne il ventiquattro novembre millenovecentonovantaquattro. L’ampelografo francese Jean-Michel Boursiquot stava passeggiando tra i filari della vigna sperimentale di Alto Maipo quando notò un dettaglio apparentemente insignificante ma rivelatore: durante la fioritura, gli stami dei fiori apparivano contorti, una caratteristica morfologica assente nel merlot ma tipica del carménère. Inoltre, osservò che le foglie, verso la fine della stagione vegetativa, assumevano una colorazione rosso carminio accesa, dettaglio che dà il nome al vitigno stesso (da carmin). Boursiquot intuì l’impossibile: non si trattava di merlot degenerato, ma dell’antico vitigno bordolese creduto estinto. Le analisi del DNA confermarono successivamente l’intuizione, sancendo che il carménère si era salvato emigrando in Cile e nascondendosi in piena vista tra i filari di merlot. Oggi il Cile è l’unico paese al mondo a possedere un patrimonio così vasto di questa varietà pre-fillossera e il Tagua Tagua Selección, prodotto nella Valle Central dall’enologo Jose Tomas Correa Lisoni, è un monovarietale che celebra con orgoglio quella scoperta. La Valle Central è una regione viticola immensa e variegata, caratterizzata da un clima mediterraneo con estati calde e secche e inverni miti e piovosi, condizioni ideali per permettere al carménère di raggiungere quella maturazione lenta e completa necessaria per domare i suoi tannini e i suoi aromi vegetali. La filosofia produttiva di Bodegas Tagua Tagua per questa etichetta è improntata al rispetto assoluto del frutto e alla sostenibilità, tanto che il vino vanta la certificazione vegana, garantendo che nessun coadiuvante di origine animale (come albumina o caseina) sia stato usato nel processo di chiarifica. La vinificazione è studiata per estrarre il massimo potenziale aromatico senza appesantire il sorso: la fermentazione avviene in acciaio a temperature controllate tra i ventisette e i ventinove gradi centigradi, ideali per ottenere colore e struttura, ed è completata e integrata dalla fermentazione malolattica, che ammorbidisce le durezze acide trasformando l’acido malico in lattico. Un punto fondamentale è la scelta di non utilizzare l’affinamento in legno (unoaked); il vino non vede botte, una decisione stilistica precisa volta a preservare il carattere varietale puro senza le interferenze della tostatura o della vaniglia che spesso mascherano l’identità del carménère. Nel calice si beve letteralmente un fantasma tornato in vita, un vino dal colore rosso rubino intenso con sfumature violacee. Ciò che lo distingue nettamente dal merlot è il profilo olfattivo dominato dalle pirazine, una famiglia di composti aromatici che nel carménère si esprimono non come difetto (peperone verde crudo) ma come complessità speziata: si avvertono distintamente note di paprika dolce, pepe bianco, peperone arrostito e foglie di pomodoro, che si intrecciano a un sottofondo di frutti rossi maturi e a morbidi toni floreali. Al palato l’acidità è marcata ma delicata, funzionale a bilanciare la dolcezza del frutto, mentre i tannini sono fermi, presenti ma rotondi, portando a un finale di media persistenza. Queste caratteristiche raccontano il sapore di un vitigno che ha viaggiato attraverso l’oceano e il tempo per sopravvivere e che oggi trova la sua massima espressione nell’abbinamento con cucine che fanno uso di spezie e sapori forti. Se l’accostamento locale classico è con le empanadas di carne, la sorpresa arriva con la cucina asiatica: la speziatura naturale del vino si sposa perfettamente con piatti thailandesi o cinesi, dove la piccantezza e l’agrodolce trovano nel Tagua Tagua un compagno ideale che non sovrasta il cibo ma lo accompagna con la sua verve aromatica unica.


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