La viticoltura contemporanea vive un paradosso profondo. L’uomo cerca di dominare la natura attraverso un arsenale chimico, riducendo la terra a un mero supporto inerte. Questa illusione di controllo soffoca la complessità biologica del suolo. Esiste però una resistenza silenziosa che rifiuta la standardizzazione industriale per abbracciare l’invisibile. Ascoltare le vibrazioni dell’ambiente circostante richiede coraggio e un cambio radicale di prospettiva. Significa abbandonare le certezze accademiche per inoltrarsi nei territori affascinanti e complessi delle energie naturali. L’agricoltore cessa di essere un manipolatore seriale per trasformarsi in un attento custode delle forze sottili che governano il cosmo e la materia.

Questo cambio di paradigma trova una sua applicazione estrema e pionieristica a San Gregorio nelle Alpi, nel contesto severo della provincia di Belluno. Qui Renato e Viviana guidano la Az. Agr. Cervo Renato, un’azienda che ha fondato il primo vigneto in elettrocoltura (pratica agricola basata sull’impiego di energie elettromagnetiche naturali per stimolare la pianta) del territorio. L’approccio aziendale fa uso di Menir e dispositivi Zed (antenne metalliche e risuonatori inseriti nel terreno per captare e diffondere le energie cosmiche e telluriche tra i filari). La difesa della vite esclude la chimica convenzionale in favore dei dettami dell’agricoltura sinergica (sistema di coltivazione basato sull’autofertilità del suolo e sulla cooperazione tra organismi, senza lavorazioni chimiche o meccaniche profonde). La protezione dai patogeni avviene tramite l’uso metodico di un macerato a base di propoli, ortica, consolida maggiore, equiseto e tanaceto. La nutrizione profonda del suolo si affida al Bokashi (tecnica di compostaggio anaerobico di origine orientale che si avvale di batteri per decomporre rapidamente la sostanza organica). Questo composto unisce germogli di vite, paglia, sfarinati grezzi, cenere e letame a specifici microrganismi effettivi. La temperatura del cumulo in fermentazione raggiunge i sessanta gradi, generando un fumo denso durante i continui rimescolamenti per l’ossigenazione. I filari godono inoltre di una fitta pacciamatura (tecnica agronomica che prevede la copertura del suolo con materiale organico per preservare l’umidità e proteggere la fauna tellurica) realizzata con paglia di orzo biologico, la quale viene storicamente prodotta dai contadini locali per la Birreria Pedavena.
Questa complessa e rigorosa filosofia produttiva si sublima nel Solaris Macerato “io sono” 2023. La scelta della bacca bianca Solaris appare ineluttabile e perfetta per le rigide altitudini alpine. Si tratta infatti di una varietà PIWI (acronimo dal tedesco Pilzwiderstandsfähige, indicante le varietà di vite create per resistere naturalmente alle principali malattie fungine), ottenuta in Germania nel 1975 da Norbert Becker, incrociando il vitigno Merzling con un ibrido preesistente nato dall’incrocio tra Zarya Severa e Muscat Ottonel. Le uve vengono raccolte manualmente e adagiate con cura in piccole cassette per evitare lo schiacciamento dei grappoli prima del loro arrivo in cantina. Il processo prosegue con l’innesco di una fermentazione spontanea. La massa sosta a stretto contatto con le bucce per un totale di quindici giorni, una fase fondamentale accompagnata da due o tre follature quotidiane. Dopo un passaggio di pressatura soffice, il liquido conclude il suo lungo percorso attraverso un affinamento in barrique rigorosamente usata per dieci mesi.
L’impatto visivo è magnetico. Il liquido si veste di un oro denso e materico. Riflessi cangianti animano una struttura di evidente spessore, anticipando un’esperienza gustativa di grande volume. L’esplorazione olfattiva risulta profonda ed elegante. Agrumi e frutti a polpa gialla guidano la prima impressione. La mela cotogna e la scorza d’arancia candita dialogano con la finezza dei fiori di acacia. Il respiro del calice si fa poi più sfaccettato e complesso. Echi di radice di zenzero e caramella d’orzo si fondono perfettamente con la freschezza selvatica del timo. Il sorso conferma appieno queste premesse. La matrice agrumata ritorna con prepotenza, accompagnata da un sottile slancio balsamico. Una vivida tensione minerale sorregge saldamente l’intera beva. L’equilibrio si gioca tutto tra una freschezza vibrante e una morbidezza tattile che avvolge il palato. Il finale risulta sapido, inesauribile e profondamente territoriale.
Assaggiare un vino così concepito significa accettare un dialogo primordiale e onesto con il territorio. Non vi è alcun tentativo olistico di edulcorare la severità della montagna bellunese o di camuffarne la forza. L’identità incrollabile della cantina e la nuda essenza del vino coincidono in un unico slancio vitale e agricolo. Quel superbo gioco di parole che compone la frase “Io sono Renato Cervo”, unendo in modo inscindibile l’essenza umana alla linfa inarrestabile della pianta, non è una semplice intuizione grafica in etichetta. È una vera e propria dichiarazione di appartenenza totale. Quando la terra non viene più sottomessa ma ascoltata, amplificata e rispettata, il vino smette di essere bevanda. Diventa la voce limpida, salda e inarrestabile di un ecosistema in perfetto e inviolabile equilibrio.


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