Il confronto tra l’effervescenza italiana e quella francese è un dibattito storico che richiede un approccio profondamente analitico, capace di superare i campanilismi per concentrarsi sulla nuda verità del calice. La degustazione tecnica non è mai un atto di fede, ma un’indagine rigorosa sulle scelte agronomiche e sui tempi di attesa. Questo è stato lo spirito che ha animato l’esclusiva masterclass al Paestum Wine Fest, un evento guidato con precisione da Pascal Tinari, Patrizio Pizzi e Francesco Cioria, e introdotto da Davide Macaluso. L’apertura dei lavori ha subito imposto una scelta di servizio forte e dirimente: l’impiego del decanter. Questa pratica, vitale per le bollicine più complesse, permette di smussare le spigolosità riduttive, dare respiro al liquido e cercare un nuovo, perfetto equilibrio aromatico. Con questa lente d’ingrandimento, abbiamo analizzato quattordici espressioni assolute del metodo classico, esplorando territori, uvaggi e lunghissime soste sui lieviti.

Il Gran Conte della cantina Colleonorato ha aperto la degustazione all’insegna dell’identità autoctona. Nato all’interno del “Progetto Anima”, che raccoglie i produttori dediti alla spumantizzazione dei vitigni locali, questo brut millesimato viene prodotto nel centro Italia, a Jesi, a cinquecento metri di altitudine. Composto integralmente da uve Verdicchio coltivate su terreni argillosi, affronta una permanenza di quarantotto mesi sui lieviti che restituisce una grande piacevolezza di bevuta, marcata da un’evidente nota salmastra, lime e menta.

Il Collection Impériale Création No. 1 della maison Moët & Chandon ha risposto portando nel bicchiere l’enorme complessità della Francia. Questo Champagne è il frutto di un’ambiziosa stratificazione di annate diverse, unendo sapientemente Pinot Nero, Chardonnay e Meunier. Sfatando le apparenze su presunti dosaggi, si tratta in realtà di un Brut Nature a zero grammi litro che, dopo un lunghissimo affinamento sui lieviti, rivela seducenti note di agrumi canditi, miele, vaniglia e grafite, dominato da una mineralità imponente.

Il PerSchers della cantina Cascina Albano ha rappresentato l’azzardo e l’innovazione italiana più pura. Nascere in Piemonte, in un territorio dominato dai grandi rossi e non storicamente vocato alla produzione di bollicine, è una sfida coraggiosa. Questo metodo classico unisce in modo dirompente Chardonnay e Arneis. Come testimonia la speciale bottiglia portata in degustazione, l’impressionante sosta di ben centotto mesi sui lieviti plasma una materia vibrante, caratterizzata da una parte citrica e agrumata molto intensa in cui spicca in modo netto il cedro.

L’Amazone della maison Palmer & Co ha ribadito la grande sapienza francese nella gestione dei vini di riserva. Prodotto a Reims, nella regione dello Champagne, è un assemblaggio finissimo composto per il cinquantuno percento da Chardonnay e per il quarantanove percento da Pinot Nero. Questa cuvée attinge a un solera perpetuo di Chardonnay conservato gelosamente in grandi bottiglie di vetro, che viene integrato con le annate 2012, 2010 e 2009, per poi affinare ben centoventi mesi sui lieviti.

Il Riserva Millé della cantina Muratori ha segnato il cambio di stile aziendale impresso dalla nuova direzione enologica. Nato sui suoli della Franciacorta e vinificato in purezza con uve Chardonnay, affronta una sosta superiore ai trenta mesi sui lieviti. Il risultato è un brut dall’impostazione moderna che si distingue per un sorso spiccatamente fresco, cremoso e impreziosito da persistenti sentori di erbe officinali, supportato da un dosaggio di tre grammi litro.

La Grande Dame 2018 della maison Veuve Clicquot ha portato in scena l’eleganza assoluta della Champagne. Proveniente dalle parcelle più vocate della denominazione, questa celebre icona si affida storicamente alla predominanza strutturale del Pinot Nero, ingentilito dalla freschezza dello Chardonnay. Il lunghissimo riposo sui lieviti garantisce una profondità e una finezza che rappresentano il paradigma dell’aristocrazia d’Oltralpe.

Il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2015 della cantina Ferrari ha schierato la supremazia e la longevità della spumantistica montana italiana. Nata nella zona della Trento DOC esclusivamente da uve Chardonnay, questa bottiglia ha riposato nel buio per oltre centoventi mesi sui lieviti per affacciarsi ai giorni nostri, confermandosi un monumento di integrità che sfida l’inesorabilità del tempo mantenendo una tensione gustativa ineguagliabile.

Il Dom Ruinart Blanc de Blancs 2013 della maison Ruinart ha toccato le vette del vitigno a bacca bianca francese. Questa Cuvée Prestige dello Champagne viene prodotta solo nelle annate di grazia, utilizzando unicamente uve Chardonnay provenienti dai cru più prestigiosi. Riposa per un minimo di centotto mesi sui lieviti all’interno delle celebri crayères di Reims, le antiche cave di gesso coniche perfette per trattenere l’umidità necessaria a una lenta maturazione.

La Franco Ziliani FZ Riserva 2011 della cantina Berlucchi ha incarnato il fondamentale legame storico e intellettuale tra l’Italia e la Francia. Prodotto in Franciacorta con uve Chardonnay in purezza, è figlio della vendemmia 2011 e, dopo i sei mesi di rito in barrique per il vino base, trascorre ben oltre un decennio sui lieviti. È il calice che onora le intuizioni del fondatore, il quale, dopo gli studi in Piemonte, scoprì i segreti dei francesi a Reims gettando le basi della spumantizzazione nazionale.

Il Blanc des Millénaires 2014 della maison Charles Heidsieck ha riaffermato la perfezione geometrica della Champagne. Prodotto unicamente nelle stagioni climaticamente impeccabili, questo metodo classico è forgiato da uve Chardonnay in purezza e levigato da una sosta sui lieviti di oltre centoventi mesi, offrendo al palato un rigore formale, una grassezza e un’ampiezza sensoriale di estrema lucidità.

Il Vittorio Moretti 2018 della cantina Bellavista ha palesato l’imponente architettura e la solidità della Franciacorta DOCG. Composto da un blend chirurgico a lieve prevalenza di Chardonnay sul Pinot Nero, questo metodo classico vanta un tiraggio effettuato nel 2018, avviando così un silenzioso e prolungato affinamento sui lieviti durato ottantaquattro mesi, capace di sfoggiare un carattere trionfale, muscolare e di immensa longevità.

La Grande Année 2015 della maison Bollinger ha toccato un vertice assoluto dell’artigianalità francese. Nato ad Aÿ in Champagne, unisce il sessanta percento di Pinot Nero e il quaranta percento di Chardonnay, con una vinificazione integrale condotta in legni realizzati dalla tonnellerie interna all’azienda. Dopo un decennio sui lieviti, la sua particolarità tecnica risiede nella chiusura bouchon liège: il tappo di sughero fermato con una graffa che impone un remuage manuale reso evidente dal tipico collo squadrato.

L’Annamaria Clementi 2016 della cantina Ca’ del Bosco ha fatto brillare la precisione stilistica lombarda. Prodotta nella zona della Franciacorta non da un’uva in purezza, ma da un sapiente e meticoloso assemblaggio a netta predominanza di Chardonnay, completato da Pinot Nero e Pinot Bianco. Matura a lungo sui lieviti ed esalta la materia prima adottando, a partire dal 2008, la scelta del dosaggio zero: la tensione vibrante e la pulizia aromatica le permettono di sfidare alla pari i grandi cru francesi.

Il Joyau 2007 della maison Boizel ha chiuso questo monumentale confronto. Prodotto nel villaggio di Epernay in Champagne assemblando Pinot Nero e Chardonnay, questo millesimo dimostra inequivocabilmente come ben centoventi mesi sui lieviti, affiancati da un dosaggio misurato di cinque grammi per litro, possano preservare una vitalità intatta e regalare un lusso tattile finemente cesellato.
Questa indagine parallela dimostra che il metodo classico non è un dogma chiuso, ma un potente amplificatore del territorio. La Francia continua a imporre la classificazione secolare dei suoi suoli gessosi e una gestione magistrale dei vini di riserva, mentre l’Italia risponde con un dinamismo agronomico vertiginoso, elevando vitigni impensabili e spingendo la propria diversità geologica verso i massimi vertici dell’eccellenza mondiale.


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