Il vocabolario enologico globale ha consolidato nel tempo un pregiudizio affascinante ma concettualmente inesatto. La classificazione dei vini bianchi ottenuti da uve rosse viene automaticamente e quasi esclusivamente associata al mondo delle bollicine, sopratutto d’oltralpe. L’immaginario collettivo corre subito ai suoli gessosi della Champagne e alle austere vinificazioni in purezza del Pinot Nero o del Meunier. Questa associazione mentale confina un’intera tecnica di cantina a un rigido recinto effervescente.

La realtà vitivinicola contemporanea è fortunatamente molto più vasta e intellettualmente insubordinata. Anche le campagne italiane meridionali, storicamente vocate alla produzione di grandi rossi materici e impenetrabili, nascondono sperimentazioni di assoluto valore nel campo dei vini fermi. La trasformazione di un’uva rossa in un liquido dorato rappresenta una sfida agronomica ed enologica di prim’ordine. Il processo richiede una precisione chirurgica in fase di pressatura per evitare l’estrazione degli antociani. L’assenza totale di macerazione pellicolare spoglia il vitigno della sua solida corazza cromatica e tannica. Il calice è quindi costretto a rivelare la nuda essenza aromatica e la spina dorsale acida del frutto. Questa pratica non costituisce una semplice esibizione di virtuosismo tecnico o una scorciatoia commerciale. Essa rappresenta uno strumento di indagine profonda, necessario per decodificare il potenziale inespresso e nascosto dei grandi vitigni autoctoni del Sud Italia. Abbandonare la via sicura del colore significa abbracciare il rischio, sfidando l’attesa del consumatore per educarne il palato a nuove e inaspettate percezioni territoriali.
Questa coraggiosa indagine territoriale trova un palcoscenico d’eccezione in Puglia. Oggi questa regione rappresenta un brand riconosciuto a livello internazionale, ma il rischio evidente è che la sua immagine si trasformi in uno stereotipo commerciale. Il vero e autentico Salento è fatto di ulivi monumentali, masserie fortificate, luce intensa, silenzi rurali e mare cristallino. In questo paesaggio incontaminato sorge Tenuta Monacelli.
La bellezza di questo luogo non è intesa come un semplice concetto estetico, bensì come la responsabilità morale e concreta di custodire il delicato equilibrio di oltre 400 ettari di natura tutelata. Il progetto familiare nasce dalla visione di Annalisa Fedele e del marito Giuseppe Piccinni, oggi affiancati dai figli Francesco e Maria Sole. L’obiettivo primario è stato quello di restituire vita e splendore a due masserie storiche di inestimabile valore, Masseria Monacelli e Masseria Giampaolo, senza mai snaturarne l’anima profonda. Le scelte architettoniche non hanno mai voluto forzare il territorio, preferendo piuttosto ascoltarlo e assecondarlo in un dialogo sincero con la storia. L’ecosistema aziendale è straordinariamente complesso e vitale. La macchia mediterranea ospita un’apicoltura di eccellenza, con ben 210 arnie dislocate nei terreni per la produzione di un pregiato miele millefiori a prevalenza di timo. A questo si affiancano 4 ettari di agrumeti dedicati alla coltivazione di limoni di Sorrento, mandarini e clementine. La tenuta agricola ha dovuto affrontare nel tempo sfide drammatiche, come la profonda ferita inferta dalla Xylella al patrimonio olivicolo locale. L’azienda non si è arresa all’avversità, avviando un processo di rinascita agricola consapevole attraverso le nuove piantagioni di varietà Favolosa e Leccino. Queste cultivar sono state scelte meticolosamente per garantire una produzione futura ricca e resiliente. L’ospitalità si declina in un’esperienza immersiva, dove gli ospiti possono condividere il tempo tra gli uliveti e le degustazioni culinarie presso il ristorante aziendale Rifugio del Re. Questa cucina esalta i prodotti crudi della terra, celebrando l’olio extravergine autoprodotto come filo conduttore capace di legare i crudi di mare alle orecchiette tradizionali salentine. In questa dinamica strutturata, la presenza femminile della famiglia porta uno sguardo attento all’armonia degli spazi e alla cura dell’ospite, dimostrando come l’imprenditoria moderna richieda competenze e leadership profondamente inclusive.
L’impegno agricolo trova la sua massima e complessa espressione negli 11 ettari di vigneti di proprietà. Inizialmente, il percorso vitivinicolo del fondatore Giuseppe Piccinni nasceva da un’esigenza puramente intima e conviviale. L’obiettivo era unicamente quello di produrre i vini che egli stesso amava bere alla propria tavola. I filari aziendali ospitano varietà selezionate come Chardonnay, Negroamaro, Cabernet Sauvignon e Syrah. Le prime produzioni assecondavano una classicità enologica rassicurante, concretizzandosi in un bianco elegante da uve Chardonnay e in un rosso ricco e strutturato nato da un blend calibrato di Negroamaro, Syrah e Cabernet. Successivamente l’azienda ha introdotto un rosato fresco e fragrante sempre a base di Negroamaro. È in questo esatto momento storico che si innesca una scintilla di sano e produttivo scontro generazionale.
Il figlio Francesco, intuendo le clamorose potenzialità inespresse del vitigno rosso principe del territorio, insiste per tentare una strada apparentemente eretica. La coraggiosa proposta di vinificare in bianco l’imponente uva autoctona incontra l’iniziale e comprensibile resistenza del padre. Abbandonare la via sicura e identitaria del colore per avventurarsi in una lavorazione così delicata appariva come un vero e proprio salto nel buio. La determinazione giovanile riesce infine a superare lo scetticismo paterno, inaugurando una nuova ed esaltante era produttiva. Il risultato di questa felice intuizione è il Puglia Negroamaro IGP vinificato in bianco, un’etichetta che raggiunge una maturità espressiva esemplare nell’annata 2025.
La sua genesi inizia su un terreno tendenzialmente calcareo, caratterizzato da una vitale predominanza di argilla capace di cedere al grappolo una profonda impronta sapida. La vendemmia impone un’accurata selezione dei grappoli e una rigorosa raccolta manuale in cassetta, prassi obbligatoria per preservare l’integrità della bacca prima della delicata lavorazione in cantina. Il processo prosegue con una meticolosa vinificazione in bianco. Il liquido che ne deriva affronta successivamente un fondamentale affinamento sulle fecce per un periodo compreso tra i due e i tre mesi.
L’impatto visivo del calice racconta immediatamente l’essenza di questa sfida tecnica. Il vino si spoglia della sua naturale veste scura per rivelare un colore giallo paglierino di grande luminosità. La massa liquida è attraversata da vividi riflessi verdolini che testimoniano l’assoluta delicatezza e l’assenza di ossidazione durante la fase di pressatura. L’esplorazione olfattiva rifugge le semplificazioni e svela un profilo aromatico profondo. L’impatto iniziale è guidato da una netta e sferzante matrice agrumata, che richiama la scorza di limone e il cedro. Questo slancio verticale si intreccia progressivamente a ricordi più delicati e polverosi di fiori di campo. Il corredo olfattivo si chiude infine con continui e pungenti rimandi alle erbe spontanee della macchia mediterranea. Emergono sfumature di timo e rosmarino che svelano l’impronta inconfondibile del terroir pugliese. L’ingresso al palato evidenzia il dualismo affascinante di questa specifica vinificazione. Il sorso si rivela sorprendentemente materico e strutturato, tradendo la nobile e potente origine della bacca scura, pur mantenendo una totale levità garantita dai docili 12 gradi alcolici. La calibrata sosta sulle fecce fini regala una misurata avvolgenza tattile. Questa rotondità viene immediatamente bilanciata e trafitta da una spalla acida tesa e vibrante. La spiccata matrice minerale, ereditata direttamente dai suoli calcarei e argillosi della tenuta, allunga la percezione gustativa in modo inesauribile. Il finale risulta eccezionalmente sapido, dinamico e capace di ripulire il palato con grande rigore formale.
Il successo di questa etichetta inaspettata dimostra empiricamente come l’eccellenza vitivinicola nasca spesso da una sana e rispettosa disobbedienza intellettuale. Spogliare l’uva pugliese del suo abito più scuro non ha significato tradirne la natura profonda, ma ha permesso di rivelarne l’anima più nascosta e sottile. Il vino cessa così di essere una mera espressione pedoclimatica per trasformarsi nella sintesi liquida di un proficuo dialogo intergenerazionale. L’identità territoriale resta un valore distintivo fortissimo, ma emerge in tutta la sua dirompente potenza solo quando viene vissuta con coerenza, senza paure o sterili dogmi. La grandezza di Tenuta Monacelli risiede esattamente in questo instabile ma perfetto equilibrio dinamico. L’innovazione tecnica non cancella mai la tradizione contadina, ma la eleva fornendole nuovi e affascinanti strumenti per raccontare l’essenza più pura, nuda e vibrante del Salento.


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