I 36 mesi di Le Volpi e Monte Fasolo

Esiste una certa pigrizia intellettuale che spinge spesso a etichettare intere regioni vinicole attraverso la scorciatoia del loro prodotto commerciale più diffuso, finendo per appiattire la percezione di territori estremamente complessi. Il Veneto subisce quotidianamente questa condanna mediatica, venendo ridotto nell’immaginario collettivo a un’infinita e rassicurante distesa di pianure dedicate alla produzione seriale di bollicine spensierate.

Questa visione omologata cancella con un colpo di spugna le sacche di resistenza agricola che sopravvivono lontano dalle rotte di massa, laddove la conformazione del suolo smette di essere compiacente per diventare ostile, impervia e faticosa. I Colli Euganei rappresentano l’antitesi perfetta della viticoltura industriale, emergendo dalla piattezza della linea dell’orizzonte padana come una brusca e violenta anomalia geologica. Questi rilievi, nati da antichissime eruzioni sottomarine, offrono un paesaggio segnato da coni perfetti e pendenze vertiginose, dove la roccia vulcanica domina incontrastata imponendo le proprie dure regole a chiunque cerchi di coltivarla. Coltivare la vite in questo contesto non è un romantico ritorno alla natura, ma uno scontro fisico e quotidiano contro una terra che esige dedizione assoluta, sudore e un rispetto reverenziale per le sue stratificazioni millenarie. Le radici delle piante sono costrette a insinuarsi a fatica tra le fessure della trachite, del basalto e della scaglia rossa, innescando un meccanismo di sopravvivenza che si traduce in una formidabile ed elettrica tensione minerale all’interno dei grappoli. Accettare la sfida di questo ecosistema significa rifiutare categoricamente le logiche di sfruttamento intensivo, per votarsi a un artigianato agricolo in cui l’osservazione silenziosa del clima e del suolo sostituisce la fretta dei calendari aziendali.

Proprio in questo scenario austero e affascinante, nel cuore del comune di Baone, situato a un’altitudine ottimale tra i 200 e i 400 metri sul livello del mare, prende vita il progetto della famiglia Rossi Luciani. La proprietà ha deciso di scommettere sul recupero di un’eredità rurale dal potenziale inestimabile. L’azienda Le Volpi nasce con l’intento preciso di estrarre l’essenza più pura di queste colline, unendo il rigore produttivo alla tutela intransigente di un paesaggio circondato da fitti boschi e uliveti secolari. La spinta propulsiva di Luigi Rossi Luciani ha trasformato una semplice attività agricola in una missione di salvaguardia territoriale, culminata nell’annessione della storica tenuta Monte Fasolo, una realtà fondata negli anni Sessanta che custodisce al suo interno anche la chiesetta di San Gaetano. Questa unione ponderata e coraggiosa ha dato origine alla più vasta proprietà vitivinicola privata dell’intera area euganea, potendo contare oggi su oltre duecento ettari in cui l’impronta umana interviene quasi in punta di piedi. La vastità degli appezzamenti non si è mai tradotta in una standardizzazione dei processi, ma ha piuttosto permesso di mappare con precisione chirurgica ogni singola particella, assecondando le differenze pedoclimatiche tra le zone di San Gaetano, del Monte Rusta e de Le Tavole.

Il protocollo agronomico adottato in azienda rifiuta in blocco i compromessi dell’agricoltura convenzionale, appoggiandosi a una solida e rigorosa certificazione biologica che vieta severamente l’impiego di pesticidi, diserbanti chimici e organismi geneticamente modificati. L’ecosistema viene lasciato libero di autoregolarsi, tutelando la fauna locale e arricchendo microbiologicamente i terreni per garantire alle piante una salute naturale. L’azienda scarta categoricamente l’idea di forzare la produzione attraverso interventi sistemici invasivi, mantenendo rese per ettaro severamente contenute tra i sessanta e i settanta quintali.

A questo rigore ambientale si affianca una scelta etica ancora più radicale, suggellata dalla certificazione vegana ottenuta nel 2016, che bandisce ogni derivato animale non solo dalla vigna, ma anche dalle delicate pratiche di cantina. Nessuna chiarifica viene effettuata ricorrendo ad albumina o caseina, preferendo l’utilizzo esclusivo di elementi di origine vegetale come la fecola di patate e le proteine estratte dai piselli, garantendo un prodotto limpido ma eticamente inappuntabile. Il momento della fermentazione rappresenta il banco di prova decisivo per preservare l’integrità del territorio, ed è per questo che la trasformazione degli zuccheri in alcol viene affidata ai lieviti indigeni, i soli microrganismi capaci di imprimere nel mosto la firma inequivocabile dell’annata e del microclima in cui l’uva è maturata. Per evitare di impoverire la struttura e depotenziare l’espressione cromatica e olfattiva del liquido, l’azienda evita accuratamente le filtrazioni strette e sterilizzanti, optando per metodologie meccaniche a maglia larga che rispettano la catena molecolare e consegnano al calice un vino intatto, crudo e pulsante.

Questa maniacale devozione alla purezza trova la sua manifestazione più autorevole e risolta nel calice del 36 Mesi, un’etichetta che non si limita a rappresentare la tenuta, ma si erge a paradigma delle reali capacità evolutive del territorio euganeo. La scelta di puntare tutto sul Merlot vinificato in purezza potrebbe sembrare un controsenso in una terra di forti identità autoctone, ma sulla prevalente scaglia rossa di origine vulcanica, la celebre varietà bordolese perde qualsiasi deriva vegetale o ruffiana per acquisire una statura austera e profondamente terrosa. Le uve, selezionate con cura spietata nei vigneti allevati a cordone speronato e guyot , raggiungono la perfetta maturazione venendo vendemmiate tra l’ultima decade di settembre e i primissimi giorni di ottobre. Esse vengono portate in cantina per essere trasformate in un concentrato di pura energia potenziale attraverso una rigorosa vinificazione in rosso. La massa liquida affronta una macerazione pellicolare di circa tre settimane , governata quotidianamente da attenti rimontaggi manuali e pratiche di delestage per estrarre colore e composti nobili con estrema dolcezza e precisione.

Questo mosto possente necessita di un tempo dilatato per potersi esprimere senza spigolosità. I trentasei mesi di maturazione si svolgono lentamente e silenziosamente all’interno di pregiati tonneaux di rovere francese. Questo lungo riposo nel legno non rappresenta un banale strumento di marketing da esibire in etichetta, ma costituisce il tempo fisiologico ed essenziale affinché la densa materia polifenolica si stabilizzi, assorbendo l’ossigeno necessario a polimerizzare un tannino altrimenti troppo contratto. Il processo evolutivo si conclude magistralmente con un ulteriore affinamento in vasche di cemento per circa un anno, un passaggio termico ed energetico cruciale che compatta il liquido prima dell’incontro definitivo con la bottiglia.

Nel momento in cui il vino viene versato nel calice, si manifesta con una veste cromatica rubino densa e a trama fitta, una veste materica e priva di cedimenti che blocca letteralmente la luce e anticipa una consistenza estrattiva di primissimo livello. Avvicinando il naso al bicchiere non si viene aggrediti da aromi espliciti o precostruiti, ma si viene trascinati in un vortice olfattivo che richiede lentezza per essere decodificato, aprendosi su note decise di frutta rossa a polpa scura, per poi evolvere inesorabilmente verso una matrice terziaria di grande nobiltà e spessore. Affiorano profumi pungenti di sottobosco e spezie scure, sorretti da una decisa corrente balsamica che ricorda la macchia mediterranea, l’eucalipto e la grafite, rivelando senza alcun margine di dubbio l’impronta lasciata dal magma solidificato su cui sono cresciute le radici. L’ingresso al palato chiarisce immediatamente la caratura del vino, dispiegando una struttura imponente e larga che riempie il cavo orale con ferma decisione. I quattordici gradi e mezzo di alcol risultano perfettamente mascherati da una progressione gustativa dinamica, dotata di un’ottima e vibrante freschezza. Il tessuto tannico, levigato dai tre anni di attesa nel silenzio della cantina, accarezza le gengive con la consistenza del velluto, privo di ruvidezze ma sufficientemente incisivo da bilanciare la morbidezza intrinseca del frutto e garantire un sorso ritmato e mai stucchevole. La deglutizione lascia in eredità una sensazione di estrema pulizia e una scia sapida interminabile, tipica dei suoli vulcanici, che prolunga il sapore per un tempo lunghissimo e costringe la mente a ricalibrare i propri parametri di giudizio sull’eleganza veneta.

Riconoscere la grandezza di questo calice significa ammettere che l’identità di un luogo non si misura attraverso le maglie larghe dei luoghi comuni o delle mode passeggere, ma si svela soltanto quando l’uomo decide di mettersi umilmente al servizio di una geologia severa. Le Volpi e Monte Fasolo non si limitano a produrre bottiglie tecnicamente ineccepibili, ma imbottigliano il carattere ostinato e silente di un vulcano, dimostrando che l’eccellenza agricola richiede sempre il coraggio di isolarsi dalle logiche di massa per rincorrere un’autenticità nuda, fiera e profondamente radicata nella pietra.



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