Piccolo Mondo Antico – Il Ritorno all’Argilla – Le Radici del Vino

C’è un’arroganza cronica nell’enologia moderna, la convinzione radicata che la tecnologia e l’acciaio inossidabile abbiano definitivamente sconfitto l’imprevedibilità della natura. Viviamo nell’epoca del controllo assoluto, dove ogni fermentazione è guidata e ogni grado di temperatura è monitorato da schermi digitali, dimenticando che per millenni il vino è stato un atto di fede affidato al buio della terra. Eppure, ciclicamente, l’umanità avverte il bisogno viscerale di tornare all’origine, di scavare a mani nude nel fango per ritrovare il cordone ombelicale che ci lega ai primordi della civilizzazione. Non è una semplice operazione nostalgia, ma una necessità filosofica per comprendere chi siamo e, soprattutto, da dove veniamo. Questo viaggio a ritroso nel tempo non passa attraverso le asettiche sale di degustazione metropolitane, ma si snoda lungo antiche rotte carovaniere, attraversando montagne inospitali e continenti lontani, unendo culle primordiali e nuovi mondi in un unico, ininterrotto flusso alcolico. Proprio questa affascinante rotta transcaucasica e transoceanica è stata esplorata con maestria da Nello Gatti durante la masterclass al Paestum Wine Fest, un evento che ha scardinato le nostre certezze geografiche per riportarci nel grembo liquido dell’umanità.

La narrazione storica del vino si fonda su una contesa millenaria che vede protagoniste due nazioni confinanti e fiere, divise da linee geopolitiche ma unite da un’eredità ancestrale. Georgia e Armenia rivendicano entrambe, con orgoglio feroce, la paternità assoluta della viticoltura mondiale. La Georgia vanta la tradizione ininterrotta più antica del pianeta, un patrimonio salvato dalle invasioni e dalle guerre, dove l’uso delle grandi anfore interrate è una pratica quotidiana che scandisce il ritmo delle stagioni. L’Armenia, al contrario, custodisce le prove archeologiche più remote, con la celebre grotta di Areni dove sono stati rinvenuti impianti di vinificazione cerimoniale risalenti all’alba dei tempi, ma porta sulle spalle il peso di una drammatica interruzione storica. Per i lunghi settant’anni del regime sovietico, Mosca decise che l’Armenia dovesse produrre esclusivamente brandy, sradicando una cultura millenaria che ha potuto riprendere fiato solo nel 1991, con la caduta dell’URSS. Questa rinascita passa oggi attraverso il recupero ostinato di vitigni autoctoni sopravvissuti all’oblio, coltivati in un clima continentale estremo e arido, dove l’escursione termica forgia uve dal carattere indomito.

L’assaggio ha preso il via proprio dal cuore di questa epica rinascita, portando nel calice l’Areni Noir dell’azienda Karas. Si tratta di un progetto colossale nato dall’intuizione della famiglia armena Eurnekian, la stessa che, fuggita in Argentina, aveva fondato colossi enologici in Patagonia per poi fare ritorno nella terra madre. Questo vino, vinificato in una cantina a trazione interamente femminile, riposa per dieci mesi nelle tradizionali anfore di terracotta locali, restituendo una beva di spiazzante agilità, con tredici gradi di alcol, un’acidità vibrante e un tannino talmente fine da risultare impalpabile. A fare da controcanto a questa eleganza è intervenuta la forza bruta e ancestrale della Georgia, incarnata dal Saperavi dell’azienda Chelti. Un rosso che, dopo sei mesi nelle imponenti anfore interrate e un anno di legno, aggredisce il palato con un’acidità galoppante e un tannino feroce, raccontando una terra vasta e selvaggia dove l’uva è materia carnale prima ancora che liquido di piacere.

Il viaggio ha poi abbandonato il Caucaso per fare una tappa spiazzante in Spagna, il terzo produttore mondiale di vino, atterrando nel cuore della blasonata Rioja. In una regione spesso prigioniera del proprio classicismo borghese, il produttore Paco Garcia ha presentato un Tempranillo in purezza che è un manifesto di ribellione. Appartenente al movimento avanguardista che rifiuta categoricamente l’uso della barrique, questo vino affina in anfore di terracotta senza solfiti aggiunti, senza chiarifiche e senza filtrazioni, offrendo una purezza espressiva rarissima e sfidando i dogmi della sua stessa denominazione. Attraversando l’oceano, la masterclass è giunta in Argentina, dove l’altitudine diventa la nuova unità di misura della qualità. Il Malbec di Catena Zapata, nato tra i novecento e i millequattrocento metri della cordigliera, ha dimostrato come l’aria rarefatta e le rigide escursioni termiche possano domare questo vitigno vigoroso, mentre la versione Mil Volcanes plasmata dal talentuoso enologo Mauricio Vegetti ha esplorato la tensione scura e fumé di terreni geologicamente attivi e inquieti.

Tuttavia, la verità del vino non è fatta solo di trionfi, ed è dovere della critica registrare con onestà anche i fallimenti, senza cedere a celebrazioni acritiche. L’assaggio di una Bonarda argentina di impostazione estrema e biodinamica ci ha ricordato brutalmente i limiti di un certo approccio naturale dogmatico e privo di governo tecnico. Un calice segnato da sgradevoli note animali, riconducibili a un evidente attacco di Brettanomyces, e da un’inaspettata e fastidiosa carbonica da rifermentazione incontrollata in bottiglia, ha reso il liquido indifendibile e sensorialmente inaccettabile, dimostrando che l’assenza di tecnica non si traduce mai automaticamente in un pregio. La chiusura, monumentale e pacificatrice, ha riportato il pendolo in Armenia con il blend di punta sempre firmato Karas. Un incrocio potente di Syrah, Malbec e Cabernet Franc, orchestrato dalla consulenza del celebre Michel Rolland, che dopo quattordici mesi di legni pregiati offre l’immagine di un vino dalla vocazione internazionale, capace di dialogare alla pari con i grandi cru del pianeta.

Questo affascinante giro del mondo ci lascia una lezione profonda sulla circolarità del tempo e dell’agricoltura. Abbiamo visto il vino nascere nelle grotte caucasiche, viaggiare attraverso le steppe, sfidare l’Atlantico e arrampicarsi sulle cime andine, per poi fare inesorabilmente ritorno alla terra cruda dell’anfora. L’argilla, il vulcano, l’aria rarefatta e il legno nobile non sono semplici contenitori o fattori ambientali, ma sono i codici linguistici attraverso cui la vite cerca disperatamente di raccontare il suo viaggio sulla Terra. In un mondo che corre ciecamente verso il futuro omologato, aggrapparsi a queste radici liquide, imperfette ma autentiche, resta l’unico modo per non perdere definitivamente l’equilibrio.



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