Le Macioche – L’isolamento di Montalcino e l’energia del Sangiovese

La vera nobiltà, in agricoltura come nella geografia umana, risiede spesso in una voluta, ostinata e fiera inaccessibilità. Viviamo in un’epoca che ha fatto della connessione rapida e della logistica istantanea i propri feticci assoluti, convincendoci che tutto debba essere a portata di mano, facilmente raggiungibile e immediatamente consumabile. Eppure, se volgiamo lo sguardo ai territori del vino che hanno realmente segnato la storia del gusto mondiale, ci accorgiamo che la loro grandezza è intimamente legata alla loro distanza dalle grandi arterie di comunicazione. Montalcino è il paradigma perfetto di questa magnifica ritrosia, una collina su cui non ci si capita mai per caso, ma che bisogna voler raggiungere, inerpicandosi per strade tortuose che scoraggiano il turista distratto e selezionano il viaggiatore consapevole. Questo isolamento geografico ha agito nei secoli come uno scudo protettivo fenomenale, preservando un ecosistema agricolo e sociale che altrove è stato fagocitato dall’industrializzazione. In questa roccaforte di pietra e boschi, la vite ha dovuto imparare a resistere, ad aggrapparsi al suolo con la stessa tenacia delle radici del corbezzolo, un arbusto rustico e indomito che nel dialetto locale prende un nome antico e profondamente evocativo: macioche.

Proprio da questo legame viscerale con la terra selvaggia prende il nome la cantina Le Macioche, un gioiello incastonato a quattrocentocinquanta metri di altitudine, dove il respiro freddo del vento placa la calura estiva e definisce il carattere nervoso del Sangiovese. Acquisita e oggi sapientemente guidata dalla nuova generazione della famiglia Cotarella, l’azienda rappresenta un laboratorio a cielo aperto in cui l’energia cruda della natura cerca un dialogo costante e misurato con l’eleganza formale. L’architettura viticola della tenuta si sviluppa su quattro parcelle distinte, tutte rigorosamente esposte a sud-ovest per catturare l’ultima luce radiosa del pomeriggio: la Vigna del Pianello, la Vigna delle Ginestre, la Vigna dell’Orto e, fiore all’occhiello adagiato alle spalle della cantina nel punto più alto e ventilato, la Vigna del Pozzo. Durante l’illuminante masterclass al Paestum Wine Fest, moderata con ritmo e precisione da Chiara Giannotti insieme all’esperto Paulo De Carvalho, abbiamo avuto l’inestimabile opportunità di decodificare questa complessa matrice territoriale attraverso una verticale che ha messo a nudo le diverse anime del clima e l’interpretazione umana.

L’approccio alla degustazione ha svelato fin da subito due filosofie contrapposte che animano il dibattito interno alla famiglia, un confronto intellettuale che arricchisce la lettura del vino. Se Renzo Cotarella predilige un percorso classico e rigorosamente cronologico, partendo dall’annata più vecchia per risalire alla giovinezza, Riccardo Cotarella suggerisce una lettura materica, preferendo affrontare prima l’impeto del tannino più giovane per poi scendere gradualmente verso la morbidezza dell’evoluzione. Guidati in questo dedalo sensoriale, il calice ci ha riportati inizialmente al 2015, un’annata considerata eccellente in tutta la Toscana, che ha visto la nuova proprietà intervenire in punta di piedi solo nella fase delicata dell’imbottigliamento. Figlio di un inverno umido e di un’estate fortunatamente fresca, questo Brunello di Montalcino sfoggia oggi una stupefacente integrità di frutto e colore, con un tannino ancora vivido che sorregge aromi decisi di ciliegia e amarena, impreziositi da sfumature di violetta e da una speziatura scura e importante. Totalmente diversa è stata l’interpretazione del 2017, un millesimo che ha messo a dura prova la resistenza della pianta e la competenza dell’uomo, segnato da una grave siccità invernale e da temibili gelate primaverili. Il risultato, frutto di un lavoro certosino e salvifico in cantina, è un calice dal profilo spiccatamente mediterraneo, erbaceo, innervato da una scia sapida e salata che racconta senza filtri la fatica della sopravvivenza agricola.

Il salto verso l’attualità ci ha consegnato un 2020 di grandissima concentrazione, un vino in cui l’energia inesauribile della gioventù scalpita nel bicchiere, fungendo da preludio perfetto all’eleganza cristallina e sussurrata del 2021. Quest’ultima annata, benedetta da temperature leggermente più basse e da rari picchi di calore, ha restituito una purezza di frutto croccante e netto, tracciando una definizione aromatica di rara e commovente precisione. A coronamento di questa esplorazione, la Riserva 2020, proveniente dalle uve perfette della Vigna del Pozzo, ha dimostrato come l’eccellenza non si raggiunga mai forzando la mano con il legno, ma assecondando fiduciosamente lo scorrere del tempo. Questo fuoriclasse, infatti, non trascorre un anno in più in botte, ma affina pazientemente per dodici mesi aggiuntivi nel silenzio del vetro, preservando intatta la sua integrità strutturale. La scelta aziendale di utilizzare imponenti botti grandi da trenta ettolitri provenienti dalla foresta francese di Beaune, caratterizzate da una grande densità della fibra, assicura un’ossigenazione lentissima che leviga le spigolosità del Sangiovese senza mai prevaricarne l’identità aromatica. Parallelamente, il costante incremento qualitativo e produttivo del Rosso di Montalcino aziendale conferma la ferma volontà di valorizzare ogni singola sfumatura della collina, offrendo una lettura forse più immediata, ma altrettanto rigorosa e territoriale.

Il grande vino rosso italiano è sempre un delicato esercizio di equilibrismo sul filo della tensione emotiva e strutturale. Quando l’altitudine, l’intensità della luce e la composizione minerale dei suoli spingono inesorabilmente verso una potenza inarrestabile, il dovere morale del vignaiolo è quello di non lasciarsi travolgere dalla facile tentazione dei muscoli a tutti i costi, ma di ricercare ostinatamente la finezza. L’energia senza controllo è solo rumore di fondo, ma quando viene incanalata attraverso il rigore agronomico e il rispetto sacrale del tempo, si trasforma in una sinfonia di pura e immortale eleganza. In ogni sorso di questa terra impervia, intimamente lontana dalle rotte più facili, veloci e commerciali, ritroviamo l’eco intatta di una resistenza antica. È la magnifica rivincita di chi ha capito che per farsi ascoltare davvero dal mondo, a volte, la mossa più saggia è quella di rifugiarsi in cima a una collina inaccessibile, coltivare le proprie radici in silenzio e lasciare che sia il vino a compiere il viaggio verso l’immortalità.



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