Il Futuro PIWI è Irresistibile a Lazise

Il palcoscenico della viticoltura europea sta mutando pelle, spinto non da astratte teorie, ma dalla stringente necessità agronomica di far fronte a stagioni sempre più complesse per il ciclo vegetativo della vite. Questo passaggio dalla viticoltura convenzionale a quella resistente ha trovato la sua massima espressione tecnica a Lazise, sulle sponde veronesi del Lago di Garda. All’interno delle storiche mura della Dogana Veneta, è andata in scena la 3 edizione di Irresistibile PIWI. L’evento, curato con estrema precisione e visione prospettica dagli enologi Luca De Palma e Igor Bonvento, ha rappresentato un vero e proprio spartiacque fattuale per il settore agricolo italiano. Non si è trattato di una semplice fiera espositiva per addetti ai lavori, ma di un manifesto programmatico in cui la qualità riversata nel bicchiere ha dissipato ogni residuo scetticismo legato alle nuove varietà.

La presenza istituzionale e scientifica dei Vivai Cooperativi Rauscedo ha fornito la necessaria impalcatura tecnica dell’intera rassegna. Questa fondamentale realtà vivaistica friulana ha portato in degustazione una serie impressionante di microvinificazioni sperimentali e consolidate. Tale operazione ha permesso ai professionisti presenti di mappare sul campo le reali potenzialità organolettiche di tutte le principali varietà resistenti attualmente autorizzate e diffuse sul territorio italiano, evidenziando come l’ibridazione genetica sia ormai diventata uno strumento di altissima precisione enologica e non una pratica di ripiego.

La vera sorpresa dell’evento gardesano è stata la capacità di far dialogare le tecnologie genetiche più avanzate con il recupero di un passato agricolo quasi dimenticato e spesso denigrato. L’associazione Clinto de Marca ha riportato alla luce varietà ibride storiche come il clinto, il clinton e l’isabella. Parliamo di uve che per interi decenni hanno subito un rigido ostracismo legislativo e commerciale su scala europea. La cantina Casello 13, guidata dall’intuizione di Mirko Bissoli, ha presentato un progetto di straordinario coraggio tecnico e identitario. Bissoli non si è limitato a una mera riproposizione folcloristica di questi vitigni rustici, ma ha applicato tecniche di cantina di altissima scuola per domarli. Il suo blend di clinto e clinton, sottoposto a un meticoloso processo di appassimento direttamente in pianta, ha sbalordito l’intera platea tecnica. La disidratazione degli acini sui tralci ha permesso di concentrare in modo naturale gli zuccheri e ha contemporaneamente ammorbidito le proverbiali spigolosità rustiche di questi ibridi, restituendo al degustatore un calice di notevole pulizia aromatica e inaspettata complessità.

A definitiva conferma della maturità raggiunta dall’intero comparto, la rassegna ha visto la partecipazione di importanti realtà aziendali storicamente celebri per la produzione di grandi vini tradizionali. Nomi di spicco dell’enologia nazionale come Tenute Gambalonga, Castello di Grumello e Giannitessari hanno dimostrato che l’interesse per i vitigni resistenti ha ormai abbattuto le barriere ideologiche. Queste blasonate cantine stanno integrando con successo le nuove uve nei loro rigorosi protocolli produttivi per affrontare i cambiamenti climatici.

Analizzando in profondità il comparto dei vini bianchi, le degustazioni hanno confermato e superato anche le aspettative dei palati più esigenti, delineando profili di pura eccellenza legata ai singoli territori. La prepotenza minerale e l’acidità tagliente di questi vitigni sono emerse chiaramente durante una magnifica e didattica verticale del vino Soratesa. Prodotto dalla cantina Terre Alte d’Alpago, una piccola ma formidabile realtà bellunese dedita alla faticosa viticoltura di montagna, questo solaris in purezza ha dominato la scena. La degustazione guidata ha ripercorso in sequenza ineccepibile le annate 2021, 2022, 2023 e 2024, permettendo di leggere in modo cristallino la straordinaria capacità di invecchiamento di questa specifica uva. Il solaris coltivato nelle alte quote bellunesi sviluppa infatti una spina acida vibrante, evolvendo nel tempo verso intriganti note di idrocarburo e pietra focaia che ricordano da vicino i grandi bianchi europei da invecchiamento.

Spostando l’attenzione sul mondo delle rifermentazioni spontanee e delle bollicine, il livello tecnico generale si è mantenuto su vette di estremo rigore formale. Il vignaiolo Mike Dalto ha riproposto al folto pubblico il suo Madresàl. Si tratta di un rifermentato in bottiglia ottenuto da uve bronner, un vino che si distingue per una beva compulsiva, una freschezza marcatamente tagliente e un carattere identitario netto che rifugge da ogni omologazione gustativa.

Salendo notevolmente di complessità per quanto riguarda il metodo di spumantizzazione, merita una menzione di assoluto rilievo il lavoro svolto dalla cantina Montecimo. Il loro ambizioso progetto J36 ha alzato l’asticella produttiva dell’intero settore presentando uno johanniter in purezza vinificato rigorosamente come metodo classico. Questo spumante affronta un lunghissimo affinamento di ben 36 mesi a costante contatto con i propri lieviti per sviluppare profondi sentori di crosta di pane e piccola pasticceria.

L’eccezionalità assoluta e il limite estremo dell’affinamento spumantistico sono stati però raggiunti dal maestoso metodo classico Costa Jels, un’etichetta prodotta dalla cantina Nove Lune sotto la guida di Alessandro Sala. Questo vino riposa sui lieviti per un tempo siderale di 10 anni in attesa della sboccatura finale. Questo letargo avviene in condizioni ambientali uniche al mondo. Le bottiglie sono infatti custodite nel buio totale, nel silenzio e a temperatura costante nella profondità della storica miniera di Gorno. Questo ambiente ostile all’uomo garantisce un’evoluzione lentissima del liquido, preservando un’integrità strutturale che ha lasciato letteralmente senza fiato i degustatori presenti.

Rimanendo nel perimetro dei vini fermi, il parterre ha offerto ulteriori scoperte di rara finezza olfattiva, come il profumatissimo e potente muscaris portato in assaggio dalla cantina Col Parè e magistralmente guidata da Andrea De Marchi.

Estremamente affascinanti e centrati si sono rivelati anche i progetti legati alle uve aromatiche resistenti. La Tenuta Bardali ha presentato il suo Homer, un sauvignon kretos di esemplare e didattica pulizia vegetale.

L’Azienda Agricola Bondaion si è invece distinta con l’etichetta El Fronte, confermando la sua vocazione pionieristica vantando il primato di essere stata la prima cantina in assoluto a vinificare la rara e complessa varietà tremantis.

Il dato agronomico ed enologico decisamente più dirompente di questa terza edizione gardesana ha però riguardato il netto e vertiginoso innalzamento qualitativo dei vini rossi, una categoria da sempre considerata il banco di prova più critico e insidioso per gli incroci resistenti.

La cantina padovana Corte Zecchina ha letteralmente zittito la platea tecnica con il suo poderoso vino Madama. Questo merlot kanthus, figlio di una ponderata e rischiosa vendemmia tardiva, ha mostrato una concentrazione fenolica, una ricchezza estrattiva e una setosità del tannino tali che, se servito alla cieca, risulterebbe impossibile da distinguere da un normale merlot tradizionale di altissima gamma.

L’emozione organolettica si è fatta ulteriormente palpabile degustando i frutti del rigoroso lavoro artigianale di Edmund Pomella per il suo progetto Naturweine Pomella. Il suo Terranima, a base di cabernet cortis, è un vino di imponente spessore strutturale arricchito da eleganti sentori terrosi e speziati. A stupire ancora di più i tecnici è stata la sua misteriosa Cuvée Irene. Questo audace assemblaggio è generato dall’incrocio di diverse varietà sperimentali, piante talmente nuove e all’avanguardia a livello genetico da non essere ancora formalmente iscritte nel registro ufficiale della vite.

A chiudere il cerchio concettuale dell’esposizione, la tenuta austriaca Kollerhof am Eichberg ha confermato la pressante caratura internazionale dell’evento. Direttamente dai cru della Stiria del Sud, questa azienda ha permesso ai visitatori di compiere un istruttivo viaggio attraverso vini nordici affinati magistralmente in legni di diversa tostatura, versioni antiche lavorate pazientemente in anfora per esaltare l’impronta territoriale e spingendosi fino alla proposta di un avveniristico vino PIWI dealcolato. Quest’ultima etichetta ha dimostrato la capacità del comparto di intercettare con estrema intelligenza e flessibilità tecnica le mutevoli richieste del mercato globale contemporaneo.

Il calice di vino è, nella sua essenza più profonda, un trattato liquido sul rapporto intimo tra l’uomo e lo spazio che lo circonda. Pensare di cristallizzare questa complessa relazione in una formula immutabile significa disconoscere il fondamento stesso dell’agricoltura, che è da sempre l’arte dell’adattamento alle intemperie. La tradizione, quando viene svuotata della sua originaria carica vitale e ridotta a mero feticcio normativo, cessa di essere una bussola per diventare un recinto asfissiante. Abbracciare l’intelligenza intrinseca delle varietà resistenti non sancisce in alcun modo la sconfitta della viticoltura classica, ma ne rappresenta l’evoluzione più nobile, lucida e necessaria. È il trionfo assoluto di una natura che, guidata dal sapiente rispetto umano, trova in sé stessa gli anticorpi per sopravvivere senza dover piegare il suolo al giogo estrattivo della chimica di sintesi. Questa silenziosa e pacifica rivoluzione agricola ci insegna che l’autenticità di un grande vino non risiede nella purezza astratta e certificata del suo genoma, ma nella sincerità del dialogo che esso instaura con il tempo presente. Scegliere di versare questi vini significa stringere un nuovo e potentissimo patto etico con la terra, accettando consapevolmente che la suprema bellezza enologica possa assumere forme inedite per continuare a raccontare all’uomo l’inesauribile miracolo della natura.



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