Viticoltura Insulare – Il Respiro del Vulcano – L’Eroismo del Mare

L’idea romantica dell’isola come rifugio idilliaco e oasi di pace è una pigra invenzione turistica della modernità. Da un punto di vista strettamente geologico e storico, le isole sono fortezze di roccia isolate in mezzo al nulla, prigioni naturali circondate da un elemento ostile e indomabile come il mare aperto. Fare agricoltura in questi fazzoletti di terra non ha nulla di bucolico o rilassante; è una battaglia estenuante contro l’erosione, la siccità, i venti carichi di sale e pendenze che sfidano la forza di gravità. La viticoltura insulare rappresenta l’espressione più pura e drammatica dell’ostinazione umana, il tentativo disperato di strappare un frammento di bellezza a una natura che non fa sconti. Questa tensione primordiale, in cui il respiro del mare si scontra con il calore della matrice vulcanica, è stata il fulcro narrativo e sensoriale dell’affascinante masterclass “Le isole del mondo, viaggio attraverso la viticoltura isolana”, andata in scena al Paestum Wine Fest. Un percorso che ha abbandonato le rassicuranti latitudini continentali per esplorare terroir di frontiera, dove la vite diventa il sismografo liquido di un intero ecosistema.

Il nostro viaggio sensoriale ha preso il largo dalle Isole Eolie, atterrando sui suoli bianchi e abbacinanti di Lipari. Qui, la Tenuta di Castellaro ha offerto in degustazione il suo Bianco Pomice, un calice che condensa l’anima dell’arcipelago fondendo l’esuberanza fruttata e aromatica della Malvasia con la spina dorsale acida e tagliente del Carricante, vitigno capace di garantire una longevità inaspettata a una materia così intrisa di suggestioni erbacee e salmastre. Spostandoci di poche miglia marine, siamo approdati a Salina, un microcosmo di neppure mille abitanti dove il produttore Caravaglio pratica quella che lui stesso definisce con orgoglio “viticoltura contadina”. La sua Infatata, prodotta in appena milleduecento preziosissime bottiglie da vigne vecchie di trent’anni e vendemmiata ai primi di settembre, è un manifesto di artigianalità sottrattiva e di aderenza carnale al territorio.

Per comprendere appieno l’isolamento, è stato necessario compiere una breve incursione nella Sicilia più profonda, a Vittoria, patria dell’unica DOCG dell’isola fin dal 2005, regno incontrastato dei rossi a base di Frappato e Nero d’Avola. A fare da contraltare a questa tradizione codificata, abbiamo assaggiato il Murgentia Bianco della Tenuta Valle delle Ferle, un IGT che trae dalla forte componente argillosa del suolo ragusano una struttura solida, ampia e decisamente terragna, lontana dalla salsedine delle isole minori ma ricca di spessore materico. Una complessità che ha trovato un riflesso del tutto diverso sull’isola di Ustica, dove la cantina Hibiscus ha presentato l’Isola Bianco, un assemblaggio di Inzolia e Catarratto che non cerca le lunghe distanze dell’invecchiamento, ma si offre con una freschezza vibrante e un’immediatezza gioiosa.

La navigazione è proseguita risalendo la costa tirrenica per esplorare l’arcipelago campano, un triangolo di terra che nasconde tesori ampelografici di inestimabile valore. A Procida, la piccola capitale della cultura marinara, l’azienda Lubrano ha svelato il Varadera Starza, un affascinante intreccio composto per il novanta percento da Falanghina e completato dal rarissimo Levante (o Luvante), un vitigno autoctono intimamente legato al versante specifico dell’isola in cui viene coltivato. La stessa Falanghina ha poi cambiato veste sull’isola di Capri, declinata attraverso la Migliara Bianca della cantina Chalet Azzurro, raccontando l’eleganza rocciosa dell’isola azzurra. Ma è a Ischia che il mare ha mostrato il suo volto più estremo e vertiginoso con il cru Vigna del Lume, una Biancolella allevata letteralmente a strapiombo sulle onde. Nel calice, questo vino si trasforma in un mostro di sapidità e intensità, bilanciato miracolosamente da una cremosità tattile che riempie il palato e placa la tensione salina.

Il capitolo finale di questa odissea liquida ha abbandonato il rassicurante bacino del Mediterraneo per sfidare l’immensità fredda e oscura dell’Oceano Atlantico. Sulle Isole Azzorre, dove la vite striscia rasoterra per proteggersi dai venti oceanici, il visionario enologo António Maçanita ha presentato il suo Arinto dos Açores. Un vino estremo, tirato in sole cinquemila bottiglie e nato dall’assemblaggio sur lies di tre annate consecutive, che sprigiona un’anima vulcanica e minerale così tagliente da risultare ancora giovanile e scalpitante, bisognoso di tempo per distendersi. Lo stesso approccio chirurgico e radicale è stato applicato all’isola di Madeira, non per i celebri vini fortificati, ma per un rarissimo Sercial non ossidativo prodotto in sole ottocentosettanta unità, dal sorso erbaceo e folgorante. Infine, la limitrofa isola di Porto Santo ha chiuso il cerchio con il Caracol, un progetto nato dalla sinergia con Nuno Faria: quasi tremila bottiglie affinate per undici mesi che sanno di spuma oceanica e di roccia bagnata.

Assaggiare questa sequenza di vini significa comprendere che l’insularità non è una semplice coordinata geografica, ma una condizione dell’anima che si trasferisce inevitabilmente nella linfa delle piante. I terreni vulcanici, le rese minuscole e la fatica disumana della vendemmia manuale restituiscono liquidi che non conoscono la banalità del compromesso. Il vino insulare è orgogliosamente imperfetto, nervoso, salato e incredibilmente vivo. Ci insegna che le vere radici, per quanto confinate e circondate dal mare, sono capaci di scavare nella nuda pietra per estrarre la forma più alta e resistente della bellezza.



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