La storia dell’agricoltura europea e, in modo particolare, quella della complessa viticoltura continentale, si fonda su un paradosso profondo e troppo spesso colpevolmente ignorato. Da un lato la società contemporanea celebra la diversità biologica come un valore assoluto da difendere a ogni costo, mentre dall’altro abbiamo costruito per decenni un sistema normativo e commerciale volto unicamente a standardizzare il gusto e a uniformare l’estetica delle vigne. La ricerca ossessiva della cosiddetta purezza varietale ha portato alla ribalta poche uve elette e blasonate, condannando all’oblio burocratico e materiale una moltitudine di piante resilienti che avevano garantito la sopravvivenza delle comunità rurali per secoli. Questa ostinata visione genetica ha progressivamente trasformato la vigna moderna in un ecosistema fragile, debole e dipendente in modo strutturale e disastroso dalla chimica preventiva. Nel tentativo presuntuoso di creare il vino perfetto e omologato per i mercati globali, abbiamo isolato la vite dal suo ambiente naturale vitale, rendendola incapace di difendersi da sola dalle avversità. Le leggi agronomiche del secolo scorso hanno assecondato pienamente questa visione miope, mettendo letteralmente al bando intere famiglie di vitigni con la rassicurante scusa della tutela qualitativa, ma perseguendo in realtà ciniche logiche di protezionismo economico.
Proibire la coltivazione di specifiche uve ha significato recidere un legame culturale profondo, cancellando una sapienza contadina fatta di osservazione, umile adattamento e rispetto sacrale per i cicli imprevedibili della natura. Oggi, di fronte all’urgenza climatica e alla stringente necessità di ridurre l’impatto ambientale sul suolo, quella stessa agricoltura ufficiale si ritrova a dover rincorrere soluzioni tecnologiche costosissime, ignorando che le risposte più efficaci e durature sono sempre state lì, custodite caparbiamente in piccoli fazzoletti di terra da agricoltori testardi e innamorati. La risposta concreta alle spaventose sfide agronomiche contemporanee richiede un’onestà intellettuale che il mondo istituzionale del vino fatica ancora moltissimo a mostrare in pubblico. I vitigni storicamente vietati, i vecchi ibridi produttori diretti e le antiche viti autoctone miracolosamente sopravvissute alla scure dell’omologazione rappresentano un patrimonio genetico di inestimabile valore per l’umanità. Queste piante rustiche, nate dall’incrocio spontaneo o guidato tra specie diverse o semplicemente adattatesi in modo formidabile nei decenni a specifici terroir, possiedono una formidabile resistenza naturale alle più aggressive malattie fungine che oggi flagellano i raccolti. La loro attenta coltivazione si traduce in una drastica riduzione, e in alcuni fortunati casi nel totale azzeramento, dell’impiego di pesticidi e molecole di sintesi altamente inquinanti. Questo approccio agricolo rivoluzionario promuove una reale e tangibile biodiversità, sfruttando in modo intelligente le risorse naturali e richiedendo il minimo intervento umano sulle piante. Non si tratta in alcun modo di voler tornare a un passato idilliaco e tecnicamente retrogrado, ma di applicare modelli agronomici estremamente evoluti, in cui la sostenibilità è un fatto empirico misurabile e non una furbesca trovata di marketing per vendere bottiglie a caro prezzo.
In questo complesso contesto di profonda revisione scientifica, operano encomiabili realtà di ricerca che stanno letteralmente setacciando e mappando il territorio nazionale palmo a palmo per salvare dall’estinzione questi antichi patriarchi vegetali. Il recupero meticoloso di vitigni arcaici non è un’operazione nostalgica per pochi appassionati, ma un investimento concreto e lungimirante sul futuro stesso della viticoltura europea. La loro vinificazione moderna ed estremamente pulita, attenta a rispettare i tempi naturali e le delicate fermentazioni spontanee, dimostra senza ombra di dubbio che queste uve considerate ingiustamente grossolane possono dare vita a vini di notevole freschezza, dotati di una vibrante acidità e di un profilo aromatico affascinante che sfugge a qualsiasi stucchevole banalizzazione. Il palcoscenico luminoso di questa rinascita agricola, tecnica e culturale si accenderà finalmente nel cuore verde della regione veneta, all’interno di un luogo magico intriso di assoluta spiritualità e secolare storia contadina.
Nelle suggestive giornate del 9 e 10 maggio 2026, la millenaria abbazia benedettina di Santa Bona situata a Vidor, in provincia di Treviso, diventerà la capitale indiscussa e il fulcro di questo coraggioso movimento viticolo. Il luogo ospiterà infatti la tanto attesa prima edizione del festival del vin bon, un evento pionieristico ideato e organizzato con immensa dedizione dall’associazione Clinto de Marca. Questa fondamentale realtà, che ha la sua sede operativa a Fontigo, è magistralmente guidata dalla visione di Franco Zambon e opera attivamente senza sosta tra il Trevigiano e il Feltrino proprio per tutelare la preziosa memoria rurale e innalzare la qualità di questi vitigni storicamente esclusi come il clinton e il bacò.
L’evento, realizzato in stretta cooperazione con la fondamentale associazione G.R.A.S.P.O, non vuole essere un banale ritrovo folkloristico per curiosi, ma un momento di profonda riflessione incentrato sul delicato tema della contraddizione tra vitigni vietati e sostenibilità. Il programma approntato per i visitatori è denso e minuziosamente articolato.
Sabato 9 maggio alle ore 16 si terrà la solenne cerimonia ufficiale di apertura, seguita poi alle 17 e 30 dalla presentazione del nuovo libro curato dagli esperti di G.R.A.S.P.O. Questo volume, intitolato vitigni rari italiani storie di patriarchi profeti ed eroi, verrà illustrato nella suggestiva chiesetta dell’abbazia con il piacevole supporto di un aperitivo offerto dalla confraternita del formaggio Piave. La serata inaugurale proseguirà poi alle 19 presso la vicina struttura polifunzionale la Vidorese con un esclusivo buffet all’americana significativamente denominato menù buffet con il proibito. Questo momento conviviale è disponibile solo su rigorosa prenotazione al costo di 25 euro, risultando gratuito per i bambini fino a 12 anni di età. I fortunati commensali potranno gustare crostini di cervo, porchetta fragrante, succulento roast beef e innumerevoli altre specialità locali, meravigliosamente accompagnate dalla degustazione dei cosiddetti vini ribelli.
Domenica 10 maggio la rassegna riaprirà i battenti alle 10 con ampi stand dedicati agli assaggi liberi di vini rari, formaggi artigianali e confetture tipiche, offrendo ai visitatori la golosa possibilità di pranzare con la congregazione radicci e fasoi o presso appositi e moderni food truck. La densa giornata sarà ulteriormente impreziosita e arricchita dalla presenza attiva di abili artigiani dell’ecomuseo del Vanoi e di talentuosi scultori del legno provenienti dal vicino Bellunese, garantendo una full immersion totale nella cultura materiale del nord est italiano.
Avvicinarsi in punta di piedi a un calice generato con immensa fatica da queste antiche varietà storicamente proscritte è un gesto solenne che trascende nettamente la semplice e fredda analisi sensoriale. Degustare un vino antico, fieramente naturale e geneticamente resistente significa imparare di nuovo ad ascoltare la voce ruvida, complessa ma brutalmente sincera della nostra terra, accettandone le intrinseche armonie e gli spigolosi contrasti senza pretendere follemente di addomesticarli con la chimica. Questi liquidi ancestrali non si offrono al palato del bevitore in modo ruffiano o banalmente accomodante, ma richiedono la massima attenzione intellettuale e un profondo rispetto per rivelare compiutamente la loro fitta e misteriosa trama gustativa.
L’enologia contemporanea ha un disperato e urgente bisogno di spogliarsi delle proprie fallaci certezze assolute e della propria smisurata arroganza tecnica per tornare a dialogare costruttivamente con la natura posizionandosi in un atteggiamento di devoto ascolto. Difendere politicamente e agronomicamente il sacro diritto di esistere di questi tenaci vitigni ribelli significa lottare apertamente per una nobile concezione del mondo in cui la vera efficienza non si misura unicamente in termini di asettica standardizzazione e di brutale profitto commerciale, ma di delicato equilibrio ecologico e di incrollabile dignità culturale. Il vero e inestimabile valore di un vino non risiede mai nella perfezione irraggiungibile e illusoria di un ideale estetico astratto e costruito a tavolino, ma nella sua straordinaria capacità di testimoniare la silenziosa resilienza della vita e lo sconfinato ingegno di chi ha saputo amorevolmente custodirla attraverso le feroci tempeste della storia. Riconoscere questa bellezza imperfetta è l’unico modo reale per garantire alle future generazioni il sublime privilegio di poter ancora assaporare il gusto puro del mondo.


Rispondi