Cinque vini in un Calice: L’evoluzione dell’Amarone Riserva 2015 di Falezze

Esiste una forma di timore reverenziale che colpisce chiunque si avvicini a un grande vino da invecchiamento, una sorta di ansia da prestazione sensoriale che spinge troppo spesso l’appassionato a cercare conferme immediate in un primo sorso frettoloso. In questo modo si dimentica colpevolmente che la vera anima di un gigante liquido non risiede mai nella sua istantanea statica e momentanea, ma nel suo incessante, inesorabile e silenzioso mutamento a contatto con l’ossigeno. Questa profonda riflessione filosofica e agronomica ha trovato il suo palcoscenico ideale e la sua massima esaltazione di fronte a una bottiglia preziosa, rara e inusuale: l’Amarone della Valpolicella Riserva dell’annata 2015 prodotto dalla cantina Falezze, sapientemente custodito per anni all’interno di un piccolo ma densissimo formato da 375 ml. Un contenitore del genere, apparentemente modesto nelle dimensioni, impone regole di ingaggio totalmente diverse e ben più complesse rispetto alla classica bordolese, trasformando la degustazione in una vera e propria indagine sul tempo.

Per comprendere appieno la caratura impressionante di questo calice e la sua capacità di sfidare i decenni, è indispensabile voltarsi indietro per osservare da vicino la terra da cui proviene e l’uomo che lo ha forgiato. Occorre liberarsi dai classici, e a volte stucchevoli, luoghi comuni romantici della viticoltura per abbracciare la pura e rigorosa competenza scientifica. Luca Anselmi, infatti, non è il classico vignaiolo che si affida esclusivamente all’intuito, ma è uno studioso di altissimo livello. Egli è un perito agrario che ha deciso di spingere la propria sete di conoscenza ben oltre i confini del vigneto, conseguendo una laurea in biologia molecolare a Padova e una in genomica funzionale a Trieste, per poi specializzarsi persino come nutrizionista.

Il suo approccio al vino è governato da una precisione maniacale, un metodo empirico e analitico che lo ha portato, in passato, a lavorare con complessi protocolli di estrazione genetica in laboratorio. Quando un biologo molecolare di questa levatura decide di applicare il proprio immenso bagaglio culturale alla terra, il risultato è un’azienda agricola dove il rispetto viscerale per la natura si fonde indissolubilmente con la massima esaltazione della salubrità del prodotto. Nel cuore della vallata di Illasi, dove i suoli marcatamente calcarei e magri costringono le radici a uno sforzo titanico, le varietà storiche Corvina, Corvinone, Rondinella e la rara Oseleta vengono coltivate con rese bassissime. L’annata 2015, in particolare, è stata per l’intera Valpolicella una stagione solare, generosa e straordinariamente equilibrata, capace di regalare uve perfettamente sane, dotate di una concentrazione zuccherina e di un corredo polifenolico che promettevano fin dal primo, denso mosto un potenziale di invecchiamento letteralmente infinito.

Sfidare un simile monumento enologico attraverso un formato ridotto da 375 ml significa accettare consapevolmente un’accelerazione chimica dei processi di ossigenazione. In queste piccole bottiglie, infatti, il rapporto volumetrico tra l’aria fisiologicamente contenuta nel collo del vetro e la quantità totale del liquido è sensibilmente più alto, innescando un’evoluzione organolettica che in una bottiglia standard da 750 ml richiederebbe almeno il doppio del tempo. Per onorare questo inarrestabile dinamismo e per non perdere nemmeno una sfumatura di questa metamorfosi, ho scelto di accompagnare il vino in un viaggio solitario e misurato della durata di 5 ore, degustando un calice ogni 60 minuti, al fine di mappare ogni sua evoluzione e ogni suo mutamento strutturale.

Ore 12.00: L’inizio del viaggio

Al momento dell’apertura, il vino si presenta nel bevante con una veste rubino scura, cupa e letteralmente impenetrabile, mostrando una concentrazione materica spaventosa che quasi sfida la luce della stanza, rifiutandosi di farsi attraversare. L’olfatto appare inizialmente contratto, ritroso e quasi infastidito dal repentino, violento contatto con l’ossigeno dopo anni di letargo nel vetro. Il primo calice rivela una potenza alcolica importante, pari a 15,5 gradi, che ancora non ha trovato la sua perfetta e serena integrazione. Sprigiona profumi intensi, quasi carnosi, di ciliegia marasca e piccoli frutti neri in confettura, avvolti da una spessa e austera coltre di spezie scure che ricordano vividamente il pepe nero in grani, i chiodi di garofano e il cacao amaro. La struttura al palato è massiccia, voluminosa e quasi masticabile, sorretta da un tannino ancora asciutto, severo e verticale, che reclama a gran voce il silenzio del tempo per potersi distendere e rivelare la sua reale, intrinseca nobiltà.

Ore 13.02: Il risveglio degli aromi terziari

Allo scoccare della seconda ora, la metamorfosi inizia a farsi visibile, vibrante e pienamente tangibile. Il vino abbandona la sua chiusura iniziale e difensiva per abbracciare una dimensione balsamica straordinaria, una corrente d’aria fresca che solleva l’intero profilo sensoriale alleggerendone il peso. Emergono nitide, eleganti e suadenti note di eucalipto, menta selvatica e tabacco biondo, che si intrecciano magistralmente alla dolcezza del frutto ormai appassito. La percezione del calore alcolico, che nel primo assaggio risultava dominante, inizia lentamente e inesorabilmente a scendere verso il cuore del sorso, amalgamandosi alla materia e lasciando spazio a una mineralità gessosa e pungente, che rappresenta senza alcun dubbio la firma inconfondibile dei suoli bianchi di Falezze.

Ore 14.00: La conquista dell’armonia

Giunti al traguardo della terza ora, il nostro Amarone Riserva raggiunge quello che potremmo definire il suo apice scenico, il suo punto di massima e abbagliante espressione, trasformando il calice in un caleidoscopio di suggestioni in continuo, ipnotico movimento. La ciliegia spiritosa si trasforma magicamente in liquirizia dolce, il cacao amaro diventa finissimo cioccolato fondente arricchito da scorze d’arancia candita, mentre affiorano sussurrati ed eleganti ricordi di petali di rosa essiccati, infuso di karkadè e polvere di grafite. Il palato scopre una setosità tattile di superiore e commovente finezza, una morbidezza che avvolge le gengive con una grazia del tutto inaspettata per un vino di tale, imponente volume. È in questo preciso e irripetibile istante che si percepisce la mano sapiente dell’uomo, capace di domare una materia così estrema attraverso una pulizia stilistica che rifugge qualsiasi ruffianeria commerciale per cercare ossessivamente l’equilibrio assoluto.

Ore 15.09: L’evoluzione nobile

Con l’arrivo della quarta ora, l’evoluzione vira in modo deciso e inequivocabile verso i sentori terziari più nobili, oscuri e complessi. La componente fruttata si ritira elegantemente nelle retrovie, abbassando la voce per lasciare il palcoscenico principale a note umide e affascinanti di sottobosco autunnale, funghi secchi, cuoio antico e un delicato, sottilissimo accenno di goudron che tradisce inesorabilmente la vocazione all’eterno di questa annata. Il sorso si fa ora straordinariamente sapido, lunghissimo, profondo e inesorabilmente asciutto, dimostrando empiricamente che l’appassimento delle uve è stato gestito con una precisione chirurgica sui graticci, evitando con cura qualsiasi deriva stucchevole, pesante o sovraestratta che avrebbe compromesso la beva.

Ora 16.11: Il potere del tempo

L’ultimo calice versato, al compimento della quinta ora di attesa, offre un’istantanea di rara, poetica e struggente bellezza. Il vino appare ora etereo, sussurrato e incredibilmente elegante, come se avesse finalmente deciso di spogliarsi di ogni armatura e di ogni muscolarità per mostrare la sua anima nuda, fragile e purissima. I profumi si fanno estremamente sottili e cerebrali, richiamando alla mente le erbe officinali disidratate, la polvere di caffè tostato, la radice di china e la cenere spenta. La tessitura in bocca non ha più spigoli, ma si è trasformata in un velo di seta liquida che svanisce lentissimamente, lasciando una scia minerale e balsamica che sembra non voler mai più abbandonare il ricordo del palato.

Mentre il fondo della piccola bottiglia si palesa inesorabilmente ai miei occhi, lasciando scivolare un’ultima, densa e scura lacrima nel cristallo del calice, avverto un profondo senso di incompiutezza. Questa sensazione, tuttavia, non rappresenta affatto un limite o un difetto del vino, ma costituisce l’ennesima, schiacciante prova di una vitalità straripante che il contenitore di vetro non riusciva semplicemente più a contenere. Se vi fosse stato ancora del liquido all’interno di quel piccolo, prezioso scrigno da 375 ml, sono assolutamente certo che avremmo potuto assistere ad altre, incredibili e inaspettate evoluzioni. La profondità inesauribile di questa annata 2015 ci suggerisce in modo inequivocabile che il suo cuore batta ancora forte, con la vigorosa e indomabile energia di un adolescente pronto a sfidare le prime luci dell’alba senza mostrare il minimo segno di cedimento strutturale.

Questa lunga, solitaria e meditata degustazione ci insegna una lezione fondamentale: il valore inestimabile di una bottiglia firmata da Luca Anselmi non risiede esclusivamente nella sua indiscutibile e rigorosa perfezione tecnica, ma nella sua rara capacità di generare un dialogo intimo, profondo e serrato con chi ha la saggezza di saper attendere. Trasformare ogni singola ora passata nel bicchiere in un capitolo inedito di una complessa storia d’amore tra l’uomo, il tempo e la sua terra è un privilegio per pochi. L’Amarone Riserva di Falezze non è semplicemente un grande vino rosso, ma un frammento di tempo magistralmente catturato, che ci ricorda solennemente come la vera grandezza richieda sempre l’immenso coraggio di svelarsi un centimetro alla volta, fino a scomparire nel palato lasciando dietro di sé il ricordo indelebile di una perfezione che non accetta mai compromessi.



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